A Ventimiglia

11 agosto 2016 di

Si riversano al confine fra Italia e Francia, a quel varco territoriale che si trova letteralmente fra l’incudine e il martello, al cospetto di due luoghi inospitali dove è l’attesa l’unico passatempo, insieme con poche manifestazioni subito represse. Attraversare il confine è come al solito, come da manuale dell’emigrazione, un conflitto faticoso, eppure irrinunciabile: a nuoto, sfuggendo all’attenzione della sorveglianza, per approdare in una nazione diversa, dentro cui soggiorna la medesima repressione. Come dire? Libertà, uguaglianza, fraternità, i valori di queste belle democrazie europee che si ritrovano strette nel medesimo abbraccio inaccessibile. Non resta dunque che perseverare, animare il presidio già permanente dei No Borders, accusati di strumentalizzare i profughi per il proprio fine, che per inciso sono i profughi stessi. E’ a Ventimiglia che si consuma l’ennesima prova di forza tra due poteri impari: uno, quello della via crucis, alienato da ogni governo e che sente di pesare sulle casse di ognuno degli stati a cui chiede rifugio, l’altro, quello del soffocamento, impegnato nel combattere l’orda di individui che preme sulle ferite di frontiera per spezzarne il processo di cicatrizzazione. E se poi, malauguratamente, un poliziotto si accascia a terra colpito da infarto, la colpa non può che ricadere su quei corpi indigesti, che se pure non protagonisti di un intervento omicida posseggono la responsabilità della sola presenza, e tanto basta a costituire le condizioni per cui il già debole cuore dell’uomo sia crollato al Sole e alla fatica. Essi non sono parte del contesto, sono invece il contesto stesso, l’evento ambientale che ha scatenato la reazione, dunque portino pure un morto sulla coscienza.

E’ sempre molto interessante analizzare, degli elementi che scuotono la pubblica quotidianità, l’opinione della stampa, di solito parecchio illuminata quanto non illuminante. Il direttore del Giornale, Alessandro Sallusti, affronta l’editoriale di prima pagina in data otto agosto con tali considerazioni: “Picchiare i poliziotti in Italia è una specie di sport nazionale nel quale a vincere è sempre chi mena, perché se chi le prende osa reagire come dovrebbe rischia l’accusa di tortura e guai grossi, sia giudiziari che economici. L’ultimo ring lo hanno allestito a Ventimiglia i «No borders» […] Sabato c’è scappato pure il morto, un poliziotto colpito da infarto mentre faceva il suo dovere in una calda giornata di agosto.”, non reprimendo la pulsione di tutelare le istituzioni screditando le comunità più fragili in materia politica. Quanto poi allo sport nazionale di menare i poliziotti, sembra una menzogna bella e buona, alla luce delle mancate disposizioni in materia di reato di tortura.

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Il governo, invece si limita a caldeggiare la linea repressiva: se il presidente della regione Liguria, Giovanni Toti, non solo si dice furioso per i responsabili delle insurrezioni e favorevole a un pugno ancora più duro, ma anche attonito del governo impotente che dovrebbe “inviare più uomini”; il ministro dell’Interno Angelino Alfano, nel corso di un’intervista rilasciata a Repubblica, si mostra entusiasta delle tecniche di oppressione sinora adottate e tutto sommato radioso dello scongiurato pericolo che vedeva in Ventimiglia una nuova Calais. “Se terremo questa linea in molti smetteranno di provarci” afferma, non risparmiando un certo cattivo impiego della psicologia ingenua per cui a un castigo segue la redenzione.

Eccoli, infine, sotto processo, i manifestanti, profughi e No Borders costretti a rispondere a chi chiede loro le condoglianze per la famiglia dell’agente: “ci stavano picchiando” dichiarano, allontanando da loro qualsiasi sospetto di coinvolgimento. Eppure alcune voci ammettono di aver trovato diverse armi, quali coltelli e lame, tra le mani dei coinvolti alle manifestazioni: che appartengano, e si perdoni l’insinuazione, alle stesse rilevate all’interno della scuola Diaz giorni dopo la macelleria?

Se Emmanuel Carrère nel lungo articolo A Calais, edito in Italia da Adelphi, scrive “questo [l’ostilità dei calesiani e gli impedimenti ordinari, ndr] non vieta ai siriani e agli afgani che sono arrivati a Calais affrontando rischi d’ogni genere e che adesso, nella Giungla, ne vedono di tutti i colori di considerare la Giungla come un momento della loro vita, una prova passeggera, un trampolino verso la realizzazione dei loro sogni.”, non si può allora che sottolineare la prossimità delle due esperienze dentro un unico e più solido racconto, ben distante dalla carta stampata, dall’assistenza o l’aggressione mediatica. L’avventura umana è narrazione di carne verso una meta lontana dagli editoriali, meta che chi scrive come chi legge è incapace di immaginare.

Antonio Iannone