Alphaville: un post-umano si aggira per l’Unisa

10 aprile 2017 di

Era una narrazione sul contemporaneo, quella che attendeva il futuro uditorio nell’area antistante alla sala “Biagio Agnes”, mercoledì 5 aprile, dieci minuti prima che avesse inizio la presentazione del nuovo numero della rivista “Alphaville. Per un’ecosofia del futuro”. “Questa è la sala Open-Class”, scherza il professor Alfonso Amendola, che del progetto, arrivato alla V edizione, è direttore scientifico. Ogni incontro, più che uno sguardo gettato sul presente, invece una lettura di esso, una costruzione artistica della contemporaneità. Si badi, non soltanto estetica, bensì artistica, dove per arte s’intende ognuna delle funzioni che la materia è destinata ad attendere, non ultima quella dell’agire pratico, sociale.

In tali vesti si presenta la rivista diretta da Francesco Demitry, ospite dell’incontro, da una parte in quelli di manifestazione speculativa che abbracci, ad esempio, la filosofia e la tecnica audiovisiva, e dall’altra in una maggiormente terrena che operi per una migliore esistenza pubblica. Non separate, certamente, appaiono le due succitate operazioni, si co-implicano, anzi, di continuo richiamano l’una all’altra per una manifestazione più proficua e lucida possibile. Si potrebbe forse dire che il più volte citato Michel Foucault non eserciti per il meglio entrambi i propositi? “Senza etica si cade nello strumentale”, afferma Demitry nel corso della presentazione.

Ciò che si indaga è, dunque, l’anomalia della non conformità allo schema. Così Lemmy Caution, protagonista della pellicola “Alphaville” per mano di Jean-Luc Godard e sul cui tema di fuoriuscita da uno stato di minorità imputabile all’umanità stessa, per citare il Kant dell’articolo “La risposta alla domanda: che cos’è l’Illuminismo?”, la rivista edifica le proprie pubblicazioni. È il potere, il luogo dell’indagine, l’anomalia uno spiraglio verso la relazione civile. Bisogna “tenere conto dei rapporti”, continua Demitry, e non solo attraverso l’ambientalismo, bensì annichilendo i focolai di sfruttamento e assoggettamento che rischiano di far cenere persino dei buoni propositi di un’economia green. Ecco una nuova ecosofia che diffidi dagli ostacoli, dentro cui la natura, intesa letteralmente come l’universo di un ambiente incontaminato, leghi le proprie sorti a una cultura del soggetto umano.

L’invito è a saper cogliere le prospettive cyber-punk delle tecnologie, per corpi sempre più rizomatici, capaci di produzioni prive di esordi come di epiloghi. La tecnica determina forse il tramonto della civiltà oppure sotterra, nella figura del post-umano, il seme per una civiltà altrimenti inedita? L’intento degli autori è “liberare vie di fuga”, asserisce la professoressa Daniela Calabrò, redigere “cartografie del divenire”, per mezzo di un esclusivo ripensamento del corpo che vive, per citare il professor Amendola, “tra estetica e mediologia”. Resiliente, questo corpo, che brama primato verso la vita e per cui bisogna eccedere la soggettività stessa. “Divieni ciò che sei”, scrivono Pindaro e Nietzsche, e allora si diventi pure animali, e non per imbastardire l’intelletto, al fine invece di una più intima alleanza tra gli organismi, organici e non. Un’ibridazione più che ultrasociale.

“Non è l’amicizia il più sovversivo dei criteri?”, si domandano i due Amendola, da una parte Alfonso, dall’altra Adalgiso, docente di Sociologia del controllo. La pluralità, continua il secondo, non è ontologica, “non ha a che fare con l’Alterità”. È abbandonata, insieme con il dualismo (soggetto umano/animale, individuo/società, natura/cultura), persino la presunta negatività dell’universo contemporaneo, pur nelle sue storture. Il Capitale, ad esempio, non è una macchina esterna alla vita stessa, si rapporta bensì con essa respirandone una “vivente corporeità”. “Farla finita col giudizio di Dio”, ricorda evocando Artaud, la dottoressa Claudia Landolfi, verso un corpo che agisca come stratificazione di piani comunicanti. Come dichiara il redattore di “Alphaville”, Claudio Kulesko: “il futuro è già qui. Tra gli interstizi”. Ad opera di Viviana Vacca, le considerazioni conclusive, prima che sia proiettato il prologo a “Ritorno ad Alphaville”, pièce teatrale con la regia di Mario Martone, introdotto da Vincenzo Del Gaudio e Mario Tirino.

Si rievochi per l’ultima volta il buon Kant. Tre sono, per la “Critica della ragion pura”, gli interrogativi che accendono l’interesse della ragione: “Che cosa posso sapere? Che cosa posso fare? Che cosa ho diritto di sperare?”. A questi, un quarto, di continuo evocato dentro le pagine dell’opera kantiana: “Che cos’è l’uomo?”. Ecco, ad essi la rivista “Alphaville. Per un’ecosofia del futuro” propone numerosi tentativi di risoluzione.

Antonio Iannone