ANVUR: (a)critica del giudizio

4 luglio 2017 di

Se il giudizio per Kant è la capacità di collegare il soggetto con il predicato, per l’Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca (in acronimo ANVUR), il criterio di discernimento equivale ad un monosillabo negativo o positivo: SI, NO. Pochi mesi fa la home dell’area utente degli studenti del sito dell’Università degli Studi di Salerno è stata invasa da numerosi questionari di autovalutazione. Trattasi di schede per la raccolta della “opinione” di studenti, laureandi, laureati e docenti sulla didattica dei corsi svolti in Ateneo.

La storia dei questionari Anvur all’Unisa ha avuto nel corso degli anni un’evoluzione significativa: dai classici fogli A4 distribuiti nelle aule, alla compilazione online prima della prenotazione di un esame, fino ad arrivare all’ultima fase della trasformazione elettronica: una presenza totalizzante all’interno della propria area riservata, del tutto priva di indispensabili servizi come l’accesso ai MAV o la possibilità di prenotarsi agli appelli, a meno che non vengano compilati tutti i moduli. Non avvertite voi studenti una certa autonomia?

Di buona lena, tutti gli iscritti in regola hanno risposto con tanta spontaneità a alle domande sui corsi del proprio piano di studi: frequenza, preparazione, materiale didattico, disponibilità del docente etc etc. Le repliche possibili sarebbero molteplici ed articolate, ma le possibilità si limitano a 4: decisamente no, più no che si, più si che no, decisamente si. Ulteriori opinioni? Non sono ammesse, spunta la casella e vai avanti. Che bella la libertà di pensiero! Le statistiche Anvur gettano il giudizio dello studente nella più completa afasia, ostacolando completamente la sua creatività, socialità, idealità e soprattutto consapevolezza critica verso la realtà che lo circonda.

Il parametro comparativo per stabilire la “supremazia” di un’università su un’altra si basa esclusivamente sul “non detto”: da tempo le comunità scientifiche accusano l’Agenzia di stilare le proprie classifiche affidandosi eccessivamente ad una sterile bibliometria quantitativa, senza analizzare l’attività di un Ateneo nella sua complessità. Prendiamo in esame il caso UNISA, per l’Anvur sedicesima in classifica. È stata considerata la scarsa erogazione di borse di studio e la progressiva introduzione del numero programmato in diverse facoltà? Sono state esaminate le dinamiche dei tirocini e in generale la loro incompatibilità con le esigenze di crescita degli studenti? Possono i vertici vantarsi della propria posizione in classifica e ignorare le proteste di operaie e operai sottopagati? Provate a proporre un questionario ad un’addetta alle pulizie di questa università e certamente non le basterebbe un “decisamente no”.

Maria Vittoria Santoro

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