Augias, Mieli e l’addomesticamento dei giovani

2 novembre 2017 di

In equilibrio sugli spalti, non possono che osservare, intervenire di tanto in tanto: azzannarsi tra loro per il microfono, attendere che il conduttore televisivo conceda loro l’afflato della parola per mezzo di cui esprimersi, non lesinando i punti interrogativi a conclusione del periodo. In nessun caso è concessa loro un’asserzione, in nessun caso si degna d’interesse le loro considerazioni. È iscritto nel tacito contratto di partecipazione all’evento Rai: l’ascolto o l’interrogativo. Loro sono sempre il terzo della discussione.

V’è l’ospite, all’estrema sinistra, riesumato dalle fondamenta della terra per presentare un prodotto inedito, il nuovo libro sulla maestosità della lingua di padre Dante o il film prodotto con soldi pubblici intorno alla figura di un simpatico psicoanalista che si barcamena tra la figlia adolescente e un manipolo di strambi pazienti. Oppure, l’ospite è uno storico di fama internazionale – vale a dire sconosciuto fuori dall’arcipelago di regioni in cui opera -, non soltanto ordinario in un prestigioso ateneo ma pure fine intellettuale e divulgatore, ora narratore delle gesta di Badoglio, ora di quelle di Carlo V dei Valois.

A questi segue il conduttore, figura priaprica, scriverebbe Carlo Emilio Gadda che in Eros e Priapo avvicina le moltitudini fasciste a un’infatuazione erotica verso la fallocrazia del Duce. Accoccolato in poltrona, oppure in piedi in giacca e cravatta, il conduttore sorride, rimbrotta, inganna poiché interroga conoscendo la risposta. È un saltimbanco che gioca al borghese, tiene la mediocrità per il crinale e la follia del potere gli si manifesta in un sorriso affettato o in una sferzata contro il partito d’opposizione. Se gli ospiti, spesso ingrigiti dietro i loro (as)saggi di piccola sociologia o di divulgazione storica, molto spesso non hanno volto, i conduttori, naturalmente ultracentenari, si chiamano ora Corrado Augias ora Paolo Mieli. Il primo, Leopardi a mezza bocca, sopravvive da frustrato al mondo digitale, si lambicca nella traduzione di qualsiasi termine straniero, sia pure weekend; il secondo, placido, è pronto a condannare a voce l’avvento di qualsiasi Rivoluzione, quella Russa come quella della Resistenza.

Loro, infine: i giovani. Categoria di tanto in tanto evocata nelle rassegne di prima pagina, soggetto e un tempo oggetto dell’azione politica. Loro, i giovani, quelli che dovrebbero sostituire gli altri, i vecchi alle poltrone degli uffici. Certo, una sostituzione operata dietro analogo mascheramento: laddove il soggetto produttivo si conforma come un doppio di quello sociale (ammesso che per sociale si intenda un soggetto a passeggio) i figli sapranno benissimo sostituire i padri, potranno senza alcun assassinio: basterà un giorno indossarne gli abiti e saranno belli che pronti.

Per ora sono lì, sugli spalti, costretti dalle esimie prof.sse – sarà forse parte dell’alternanza scuola-lavoro costringersi ospiti al format di Augias? – le quali da anni avvertivano il terribile desiderio di conoscere il più grande dei docenti insieme con la povera Emilia, relegata alle notizie dei maledetti social. Alzano un dito come dovessero recarsi in bagno, pongono una domanda all’ospite, ascoltano in silenzio e senza dischiudere le palpebre. Buoni, gentili. Docili. I più fortunati, già verso l’età adulta e l’esistenza accademica, diventano ospiti alla trasmissione condotta da Mieli dove è concesso loro un timido intervento su cui, bramosi, si gettano sperando valga da pubblicazione.

«Quando ieri a Valle Giulia avete fatto a botte/ coi poliziotti/ io simpatizzavo coi poliziotti!», scrive Pier Paolo Pasolini – autentico vessillo dei giovani – sulle colonne del Corriere della Sera confliggendo con i sessantottini che il primo marzo dell’anno cruciale erano stati parte d’uno scontro. Ciò che più sembra annientato in quelle otri vuote che l’ospite, il conduttore, l’intero universo delle prof.sse ha l’onere di ricolmare è un alito desiderante che permetta loro di annientare l’identità cui sono costretti. Alcuni esponenti del pensiero del Sessantotto, Gilles Deleuze e Felix Guattary, osservavano in quella contingenza della sovversione il moto d’una macchina desiderante. Dov’è il desiderio, in questi giovanotti e signorine addomesticati, così docili, così pallidi?

Antonio Iannone