Catene all’Unisa: un mare verticale

20 aprile 2017 di

Stefania Bergamo è una donna, una mamma, una capofamiglia, un’addetta alle pulizie. Stefania Bergamo è tantissime cose, ma soprattutto non è allineata. Non guarda dritto davanti a sé, non segue la riga, non accetta la vita che scorre. Schiodata da tutte le catene lavorative-sociali, ne prende una di ferro e si lega ad un pilastro. Da martedì 17 aprile, insieme alle sue colleghe e compagne di lavoro, l’operaia dell’Università degli Studi di Salerno è fisicamente “legata” di fronte all’ufficio della Gioma Facility Management, l’azienda che ha negato a tutti gli addetti alle pulizie un salario dignitoso, nascosta tra i parcheggi dell’UNISA insieme a tutte le sue magagne.

Nessuna uscita fuori dai gangheri, niente follia o esagitazione. Alla domanda “come hai intenzione di proseguire?” Stefania risponde con estrema lucidità: “resto qui finché non ci danno quello che ci spetta”. Dopo due giorni e due notti di presidio fisso, ancora silenzio assordante dai piani alti. Nessuna traccia del rettore ed un’estrema indifferenza da parte dei dirigenti della Gioma, che ignorano la presenza delle lavoratrici con lo sguardo verso il terreno e la lingua fra i denti, quasi fossero un mobile scomodo di cui disfarsi. Fuori il solito verde, i parchi, il datario fiorito, le piazze gremite. Più che un’oasi in fiore, l’Università degli Studi di Salerno è un “mare verticale”, dove i vertici galleggiano e il resto cola a picco.

Una piccola parte dell’Ateneo è però costantemente vicina alla protesta delle addette alle pulizie. Ieri abbiamo raccolto alcune testimonianze dal presidio: oltre a quella di Stefania Bergamo spiccano in particolare le voci  degli studenti di Link Fisciano, quella della lavoratrice Angela Santorelli, pronta ad esporsi in maniera estremamente concreta per le proprie colleghe, e infine quella dei professori della facoltà di Sociologia Gennaro Avallone e Adalgiso Amendola, che ancora una volta ci parlano di barriere, muri, chiusura. Chiusura è il termine appropriato, insieme a negazione. In fin dei conti, la politica dell’Unisa è proprio questa: estetica ed immagine. Sedicesima in classifica si allarga, si espande, ma non accoglie, non circonda, non rassicura. Forse vola talmente in alto da provocare in tutti noi un forte senso di estraneità, perché da sempre la storia non si cambia negli uffici ma nei parcheggi sotterranei.

Maria Vittoria Santoro