Da “Le Iene” a “Piazza Pulita”: l’esperienza di Sortino all’Unisa

Nel settembre scorso il tribunale di Palermo ha riconosciuto un risarcimento ai familiari delle vittime della strage di Ustica per lesione di “diritto alla verità” con una sentenza che ha accettato un indennizzo di 100 milioni. La sentenza è passata quasi in silenzio, ignorata dai più; eppure un fatto del genere è da considerarsi altamente rilevante per chi, oggi, aspira al mestiere del giornalista. E’ la prima volta infatti che viene dichiarato ufficialmente il cosiddetto “diritto alla verità”, per assicurare il quale questa figura diventa certamente necessaria.

L’argomento è stato preso come spunto di conversazione dal professor D’Antonio, docente di Diritto Comparato dell’Informazione e della Comunicazione, durante l’incontro con Alessandro Sortino, giornalista e autore televisivo famoso per la sua partecipazione nel programma di Italia Uno Le iene e ora inviato di Piazza pulita su LA7, che si è tenuto venerdì 16 dicembre nell’aula verde di giurisprudenza.

Promotrici della manifestazione con a tema il giornalismo d’inchiesta sono state tre associazioni studentesche: Archimede (per la quale ha parlato il presidente Francesco Ienco), Agorà (rappresentata dal consigliere di giurisprudenza, Demetrio Gracceva) e l’Associazione Universitaria Bibliostudents di Davide Califano e Paola Rossi. L’incarico di introdurre realmente l’argomento però è toccato proprio al professor D’Antonio, che ha cominciato il suo intervento proprio col riferimento ad Ustica ed al diritto alla Verità che in questo caso “non è semplice informazione, ma ha ripercussioni anche in altri ambiti”.

Volontà del professore è stata anche quella di creare un collegamento con un precedente seminario, dal titolo Sapere troppo o troppo poco durante il quale, grazie alla partecipazione del vicedirettore del tg1 (risatina di Sortino) Gennaro Sangiuliano si sono toccate tematiche riguardanti i pro e i contro del “giornalismo a basso costo”, secondo D’Antonio “la degenerazione in cui il giornalismo cade quando tende a finalità maggiormente lucrative” (anche qui l’ospite non è d’accordo: esprime parzialmente il suo dissenso intervenendo senza microfono, poi dopo un rapido scambio di battute la parola torna al prof).

Il professore continua fornendo maggiori delucidazioni su cosa sia, più concretamente, il giornalismo d’inchiesta, spiegando che le sue due principali caratteristiche sono l’attingere fonti primarie (e da qui la difficoltà di insegnare a “fare inchieste”, in un paese come il nostro privo di editori puri e quindi in continuo conflitto di interessi) e i suoi tempi dilatati, che portano i giornalisti a lavorare alle loro inchieste anche per mesi.

Qui si conclude l’introduzione del prof e finalmente la parola passa a Sortino, che, dopo i dovuti ringraziamenti, comincia ricollegandosi al concetto di “diritto alla Verità” citato da D’Antonio: il problema è che in Italia la Verità non esiste, perché contano solo le opinioni; è un problema culturale (“siamo un paese di sofisti e i politici lo dimostrano”) e a questo proposito cita le menzogne di Bush avanzate come giustificazione della guerra in Iraq per indicare il punto in cui la Verità come noi la conosciamo non è più esistita, in quanto l’uomo più potente (e più in vista) del mondo è stato capace di aggirare il Diritto Internazionale.

Per realizzare un’analisi della nostra società, Sortino utilizza un’interessante metafora economica, che è quella del Mark-to-Market: oggi i prestiti non vanno valutati a seconda della capacità del debitore di restituire la somma nel futuro, ma per le sue condizioni attuali. In quest’ottica il passato e il futuro sono completamente svalutati a favore del presente: su questo modello si muove la politica (basti pensare ai soldi spesi dalle amministrazioni senza pensare alle entrate future, che lasciano così il debito ai posteri “lavandosene le mani”) ma anche l’informazione. Il giornalismo d’inchiesta deve dunque ribaltare questo modello che si sta perpetuando, cercando collegamenti col passato in modo da evitare che i più furbi riescano a seppellire definitivamente i loro scheletri nell’armadio.

Di questo sistema, racconta Sortino, egli è stato vittima e carnefice, riferendosi a due episodi della sua carriera giornalistica: il primo è l’accusa di essere raccomandato rivoltagli da Mastella, calunnia diffusa rapidamente a causa di internet; il secondo per un’inchiesta a Lamezia Terme sul riciclaggio di denaro, durante la quale egli stesso si è trovato a puntare il mirino su una persona che in realtà, come ha scoperto in seguito, non aveva responsabilità.

Punto su cui si concentra successivamente è quello dell’indipendenza dell’informazione, non solo dalla politica, ma anche dalle fonti stesse: “in Italia” dice Sortino, “non esiste la verità, ci sono bugie di destra e bugie di sinistra”; questo crea una pericolosa contrapposizione tra casta e setta, così che da un lato abbiamo chi ci nasconde la verità a tutti i costi, mentre dall’altro chi crede di possederla, che accecato da deliri di onnipotenza diventa uno showman: questo fenomeno è ancora più grave perché “il giornalista non deve diventare più importante della notizia”.

Arriva infine il momento in cui Sortino può spiegare il motivo del suo dissenso nei confronti della precedente asserzione del prof sul giornalismo “a basso costo”: Sortino in generale è in disaccordo sul moralismo dell’informazione. Soprattutto nel giornalismo televisivo è importante saper vendere la notizia, immettersi in maniera efficace sul “mercato dell’informazione”; non significa svendere le proprie qualità e scendere a compromessi, ma semplicemente sfruttare la cultura dell’intrattenimento per arrivare a tutti.

Sortino conclude con un consiglio ai giovani che lo hanno ascoltato, e in particolar modo a chi si accingerà ad entrare nel mondo dell’informazione: oggi, con l’avvento di internet e delle “notizie usa e getta”, è più importante il racconto rispetto alle notizie. Quello che dobbiamo riuscire a fare è raccontare, raccontare come se ci stessimo rivolgendo a dei bambini ai quali dobbiamo chiedere l’attenzione attraverso il controllo della nostra voce e della nostra gestualità, quasi come se volessimo “mettere in scena” l’informazione e ridare alle notizie la giusta rilevanza che meritano.

Alla fine, numerose e interessanti sono state le domande dei ragazzi alle quali l’ospite ha risposto in maniera esauriente.

Stefano D’Alessandro