“Di chi è la città?”: all’Unisa i venditori ambulanti di Salerno

21 maggio 2017 di

“Sopravvivere non è reato, essere ambulante nemmeno” è lo slogan che accompagna la mobilitazione dei venditori ambulanti salernitani in lotta contro l’amministrazione comunale. La politica di uno stato che crea continuamente muri di impedimento per l’integrazione sociale, culturale ed economica si è espressa a pieno nelle azioni della rappresentanza del comune di Salerno, reo di aver bypassato il tipico innalzamento di barriere caro all’Italia giungendo direttamente ad una “soluzione” catastrofica: la sottrazione di uno spazio libero per esercitare il proprio lavoro. Tra retate improvvise e lo sgombero del mercato etnico del sottopiazza della Concordia, le venditrici e i venditori riversano nella condizione eticamente impossibile del “non avere un posto”.

Se lo spazio fisico si disintegra, lo spazio delle idee è ancora concesso, libero e ampio. Presso l’Università degli Studi di Salerno, martedì 23 Maggio alle ore 10.30 nell’aula 8ssc (ex Lettere), si terrà l’incontro “Di chi è la città? La condizione e la lotta sociale delle lavoratrici e dei lavoratori ambulanti a Salerno” organizzato dal professore di Sociologia Urbana Gennaro Avallone, con la partecipazione di Daouda Niang e Awa Diop dell’Associazione Senegalesi salernitana insieme ad alcuni rappresentanti degli ambulanti bangladesi. L’incontro si ispira ad un articolo di Saskia Sassen del 1998, “Di chi è la città? La globalizzazione e la formazione di nuovi diritti”, dove si evidenzia che “la snazionalizzazione dello spazio urbano, la formazione di nuovi diritti per gli attori transnazionali e le inerenti contestazioni pongono un interrogativo: di chi è la città?”. A tale interrogativo si cercherà di rispondere insieme ad alcuni dei diretti interessati, tentando di evidenziare le reali condizioni sociali e lavorative.

Nell’articolo della Sassen emerge che “la città (globale) è un luogo strategico per attori privi di potere, giacché li mette in grado di affermare la propria presenza, di porsi in quanto soggetti, anche quando non ottengono un potere diretto”. A partire da tale affermazione è possibile contribuire allo sviluppo di un articolato discorso su come lo spazio pubblico è stato governato e gestito negli ultimi decenni. Non è concepibile che un paese attraversato dallo spreco di aree per usi commerciali e turistici non accetti l’appropiazione lecita di uno spazio urbano da parte delle comunità migranti, portatrici di storie, lingue e culture diverse, un naturale contributo allo sviluppo culturale della nazione. Per questo motivo, le comunità senegalesi e bangladesi si riuniranno presso l’ateneo, con la speranza che, almeno la parola, possa “avere luogo”.

Maria Vittoria Santoro, Maria De Paola

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