Dialogo tra aspiranti giornalisti e realtà redazionale

16 luglio 2012 di

 

Ecco a voi un nuovo dialogo. Stavolta c’è meno comicità e più amarezza, specialmente per i diretti interessati, che avranno probabilmente vissuto simili situazioni e sanno quanto sia difficile entrare a far parte di una redazione. Tuttavia, la vera tragedia è che quanto state per leggere è solo parzialmente frutto dell’immaginazione del sottoscritto. Chiedo ai lettori di perdonarmi per la lunghezza eccessiva, dovuta in parte al fatto che questo articolo rappresenta anche uno sfogo personale.

 

–          Salve, mi hanno detto di parlare con lei.

–          Per cosa?

–          Sono un aspirante giornalista.

–          E chi non lo è qui dentro.

–          Intendevo dire che vorrei scrivere per questo giornale.

–          Allora esci da qui, parli con Massimo e ti fai dare qualcosa da fare.

–          Così? Non devo firmare nulla? Non dobbiamo discutere nessun contratto? Non vuole nemmeno sapere delle mie esperienze o dei miei studi?

–          Firma? Quale firma? Vuoi firmare gli articoli? A nome tuo?

–          Non intendevo questo ma ovviamente sì, sì che vorrei firmarli.

–          Così poi io mi metto nei guai per colpa tua. Non ti azzardare a farlo. Gli articoli li firmano solo quelli in regola.

–          Beh ma allora mi faccia mettere una firma e facciamo tutto a norma, io non pretendo niente di che.

–          Non mi interessa, tu qui non firmi proprio niente. La legge è chiara, poi dobbiamo pagarti le ritenute d’acconto.

–          In pratica lavoro a nero?

–          In pratica non lavori. Collabori. Gratuitamente, sia chiaro. Qui siamo in crisi, i professionisti prendono 800 euro, figurati tu.

–          Vabbè, a dire il vero sono qui soprattutto per fare un’esperienza concreta, per capire com’è vivere l’ambiente della redaz…

–          E allora vai da Massimo e vedi come te la vivi.

–          …

–          E non fare quella faccia, io li conosco i ragazzi come te, che scrivono per giornaletti “indipendenti”, che odiano le scuole di giornalismo perché significa comprarsi il titolo di giornalista, che pensano di essere migliori degli altri e che manchi loro soltanto l’esperienza. Siete tutti convinti di essere grandi opinionisti e inquisitori e che il vostro nome diventerà prestigioso un giorno. Questa redazione è fatta per metà da persone come te. Quasi nessuno raggiunge il suo scopo.

–          Io non penso di essere migliore degli altri ma so di non essere uno stupido. Ho scelto questa professione perché la amo e so che non rende ricchi ma ho il diritto a vivere del mio lavoro.

–          Ancora non hai capito che non si può più vivere di giornalismo in Italia? Trovati un mestiere serio e fai questo per sport, altrimenti rischi di fare lo schiavo a vita. Almeno ce l’hai il tesserino?

–          Il tesserino da pubblicista? Non ancora ma potrei sempre prenderlo in questa redazione…

–          Sono d’accordo, tra quattro o cinque anni ne parleremo.

–          Quattro anni? E nel frattempo che faccio?

–          Come ti ho già detto, collabori gratis.

–          Ma io ho un affitto e delle bollette da pagare, non posso andarci a perdere per poter scrivere.

–          Trovati un lavoro dunque, uno che ti porti qualche soldo in tasca. Quando finisci lì, vieni qui e scrivi.

–          Potrei  anche starci ma voglio avere il tesserino più velocemente, nei tempi minimi.

–          Ma perché a che ti serve? Mah. Vabbè facciamo così: io ti firmo le ritenute d’acconto e tu mi paghi l’IVA sul versamento, così vinciamo tutti e tu ti prendi ‘sto cavolo di tesserino.

–          Devo pagare l’IVA? A questo punto trattenetela da quello che mi date e il resto lo prendo io.

–          Non hai capito, ora ti spiego meglio: io firmo la ritenuta – ma soldi non te ne do – e tu mi ridai  quanto spendo per l’IVA. Ti è più chiaro adesso? Niente soldi veri, solo firma e tu rimborsi l’IVA.

–          Ma quello che mi propone è umiliante oltre che illegale.

–          Ma non preoccuparti, poi trovo io il modo di mettere tutto a posto.

–          Bah…

–          Che c’è? Ci sei rimasto male?

–          Diciamo che avevo immaginato un ambiente diverso, più onesto. Almeno tra i giornalisti, che ogni giorno vengono a conoscenza di torti e abusi subiti dai più deboli  e li denunciano coi loro articoli, potendosi così sentire un po’ dei supereroi. Anche io però subisco un abuso quando mi viene proposto di lavorare a queste condizioni e questa cosa danneggia pure voi, che oramai siete tranquilli sulla vostra poltrona.

–          In che senso?

–          Nel senso che a furia di trattarci tutti in questo modo vi ritroverete senza professionisti e solo con “manovalanza”, così la qualità della redazione e degli articoli colerà a picco perché per lavorare bene bisogna essere motivati e retribuiti dignitosamente. Chi compra un giornale cerca il lavoro di un giornalista con la “G” maiuscola, non di uno scribacchino. Se non date la possibilità a quelli come me di imparare il mestiere non ci sarà nessuno pronto a subentrare a chi scrive adesso e perciò anche la vostra comoda sedia è a rischio perché senza operai, la fabbrica chiude.

–          Ma cosa vuoi capirne tu di queste cose, che hai poco più di 20 anni e non hai la minima idea di come funzioni questo mondo.

–          Ha ragione, queste cose non le capisco e non capisco voi. Come fate a non essere orgogliosi del fatto che ci siano così tanti giovani desiderosi di seguire le vostre orme nonostante queste condizioni pessime? Già questo dovrebbe essere un valido motivo per spingervi a farci lavorare sul serio, senza usarci finché siamo stanchi di farlo gratis o non possiamo più permettercelo e rinunciamo definitivamente a questa professione.

–          Voglio parlarti da amico. Non è vero che non vogliamo aiutarvi, ma siete tanti. Siete troppi. Anche se la domanda di informazione cresce costantemente, il mondo non ha più bisogno di noi come prima. Eppure non è questo il problema principale.

–          E quale sarebbe?

–          Il fatto è che non è mai stato tanto difficile per noi assumere un nuovo giornalista. Non do la colpa a voi, che chiedete un compenso giusto, quanto serve per vivere, non sopravvivere. Non siete mai stati così preparati e qualificati come oggi ma non riusciamo a pagarvi, non per ingordigia, è che non ce la facciamo e basta. E per quelli che invece ce la fanno ma sono ingordi, le regole da applicare nei vostri confronti sono così vaghe che permettono loro di trattarvi da schiavi. La colpa, prima di altri, è di chi vi condanna a restare in questa palude, anno dopo anno, senza mai attuare i provvedimenti necessari, ricorrendo a palliativi e nuove norme che restano puntualmente inapplicate. Nella migliore delle ipotesi, a qualcuno fa comodo lasciarvi in questa situazione; nella peggiore, chi dovrebbe mettere ordine non ha idea di cosa fare. La colpa è però anche vostra, che svendete il vostro tempo e vi abbassate a questi livelli. E con ciò penso sia meglio concludere questa conversazione. Per il momento, posso solo augurarti buona fortuna, ragazzo mio.

 

Giuseppe Luongo