Diritti umani: Asinu intervista la Prof. Ripa

5 marzo 2017 di

Si parla tanto di diritti umani in questo particolare periodo storico, ma c’è una concezione unitaria di diritti umani nel mondo ‘civilizzato’? Ne abbiamo parlato con Valentina Ripa, Ricercatrice e professoressa aggregata di Lingua Spagnola presso l’Università degli Studi di Salerno, che, pur non essendo un’esperta in materia, ha maturato diverse esperienze sul campo in quanto appassionata di diritti umani e attivista.

Amnesty International ha documentato che nel 2016 ci sono state gravi violazioni dei diritti umani in 159 paesi. L’aspetto che è sotto gli occhi di tutti è senza dubbio quello dei rifugiati.
Sì, riguardo ai rifugiati e ai richiedenti asilo – ma anche, per altri versi, a chi migra per cercare di migliorare la propria condizione -, il nostro Paese, la Comunità Europea, gli Stati Uniti e altri Paesi che sono considerati delle “potenze” a livello mondiale hanno grandi responsabilità: i drammi dai quali le persone cercano di fuggire sono regimi totalitari o guerre e proprio noi italiani siamo, ahimè, tra i primi produttori ed esportatori mondiali di armi. Il rapporto SIPRI ci dà ogni anno la triste classifica e il sito www.banchearmate.it ci mostra le responsabilità di tutti noi, derivanti anche dal semplice affidare i nostri risparmi a determinate banche. 

Quali sono, invece, quelle violazioni che, pur essendo meno evidenti, pesano ugualmente sulla crisi documentata da Amnesty?
Tra le violazioni dei diritti fondamentali di ogni essere umano è ancora diffusissima la tortura, la pena di morte permane in alcuni Paesi. Poi non dobbiamo mai dimenticare che in alcuni Paesi le donne contano meno di zero e dappertutto resta molto diffusa la violenza di genere – che si estrinseca anche in matrimoni forzati e che coinvolgono bambine – e contro omosessuali e transessuali. Molte imprese, ovunque nel mondo, non rispettano i diritti dei lavoratori, né quelli ambientali (il che significa attentare alla salute di tutti, avvelenando e impoverendo il pianeta). Del resto il diritto all’acqua, che è un bene primario, è lungi dall’essere garantito a tutti e molta parte della popolazione mondiale continua a non avere le condizioni minime per la propria sussistenza, quando basterebbe il 10% delle spese militari globali per debellare in pochi anni la fame nel mondo e non sarebbe difficile, se si volesse farlo, distribuire ovunque i farmaci fondamentali. Persistono condizioni di schiavitù, ancora presente in Mauritania nella modalità più terribile, sebbene sia teoricamente vietata anche lì, e diffusa in altri Paesi, tra cui quello nostro, in quelle che vengono definite “nuove forme di schiavitù”, come il caporalato. Poi esiste ancora la tratta di esseri umani, anche per il commercio illegale di organi, e i diritti dell’infanzia sono violati in vario modo, dalla privazione dei beni fondamentali che andrebbero garantiti, ovunque, prima di tutto ai bambini, alla negazione del diritto allo studio, alle violenze, al lavoro minorile. 

Ad oggi è pericoloso lavorare in difesa dei diritti fondamentali?
Sì, è innegabile che difendere i diritti umani (da attivista, avvocato, giornalista o in tanti altri modi) significa, in alcuni luoghi e situazioni, correre dei grossi rischi in prima persona. Ad esempio negli ultimi anni difendere l’ambiente e le comunità locali sembra diventato particolarmente pericoloso: proprio mentre anche in Italia si sta commemorando Berta Cáceres, chiedendo verità e giustizia a un anno dal suo omicidio in Honduras, venerdì è stata assassinata un’altra “líder social” in Colombia ed è l’ultima di una lunga, terribile serie. Si possono comunque fare piccoli passi che non comportano lo stesso livello di pericolo. È evidente che molte delle violazioni citate sono alimentate anche dal nostro consumismo: pensiamo soltanto, a mo’ di esempio, che per fabbricare i nostri cellulari viene utilizzato il coltan che è estratto prevalentemente dalle miniere del Congo, per il cui controllo la guerra tra bande armate è quasi permanente e nelle quali vengono sfruttati e sottoposti a maltrattamenti ulteriori anche i bambini: per non renderci complici di queste malvagità, dovremmo quantomeno ridurre i nostri consumi e cercare di acquistare dalle aziende (pochissime) che non usano coltan, così come per gli altri nostri acquisti dovremmo essere attenti alle filiere di produzione e di distribuzione.

L’Italia come si colloca nella questione dei diritti umani? Prima citavamo il caporalato. C’è altro su cui dovremmo riflettere?
Sì, l’Italia rispetto a molti altri Paesi ha una tradizione per tanti versi migliore, ma anche noi non siamo campioni di difesa dei diritti fondamentali. Anche qui dilagano razzismo, chiusura e persino ammissione, sempre meno sotto voce, di pratiche che dovrebbero essere bandite; anche qui in Italia non garantiamo condizioni dignitose nelle carceri, né per le popolazioni rom e sinti, né tuteliamo sufficientemente i diritti dei diversamente abili e potremmo, purtroppo, continuare la lista. Ma ipotizzo che un’inversione di rotta rispetto al decadimento in atto sia ancora possibile e dovremmo tutti impegnarci di più in tal senso. Tra le cose che mi preoccupano di più ci sono le collaborazioni con dittatori per meri interessi economici e accordi criminali, come quello Italia – Libia, stipulati pur di non fare approdare qui migranti e richiedenti asilo. Ma ci sono molte altre cose pazzesche che stanno diventando sempre di più una persistente anomalia: per fare solo qualche esempio, lasciamo ancora morire di freddo i senza fissa dimora, malgrado gli esiti del referendum del 2011 non riusciamo a ottenere che l’acqua sia considerata e gestita come un bene comune e la nostra Sanità è sempre meno adeguata ai fabbisogni generali, spingendo chi può a curarsi privatamente. In merito poi ai casi internazionali in cui siamo coinvolti, alcuni chiusisi bene recentemente grazie alla mobilitazione di molti, cito quello dell’ENEL, società a partecipazione statale, che, approfittando di leggi cilene ingiuste e in collaborazione con persone senza scrupoli, stava per costruire una diga lunghissima e dannosa nella Patagonia cilena; più recentemente, nella zona argentina della Patagonia, proprio di questi tempi un’azienda italiana si sta rendendo responsabile, complici le autorità locali, di violazioni dei diritti del popolo Mapuche.

L’università, come luogo di aggregazione sociale e diffusione della cultura, come può dare un contributo a difesa dei diritti umani?
Credo che tutte le università italiane, luoghi di alta formazione, già lo facciano; ma chiaramente tutti noi possiamo fare di più in tal senso, così come dovrebbe avvenire anche prima, nelle scuole; naturalmente per “tutti noi” qui all’università intendo docenti, discenti e personale tutto. Se già promuovere cultura e trasmettere conoscenza e metodi di studio e di ricerca contribuisce a formare esseri umani migliori, non necessariamente l’etica è collegata al proprio livello di studi e sappiamo bene che la solidarietà si insegna in altro modo, tanto che abbiamo moltissimo da imparare da persone poco alfabetizzate. Pensando, però, a ciò che possiamo fare tutti per promuovere approfondimenti e riflessioni che conducano a un impegno comune per la tutela dei diritti umani, sicuramente molti argomenti possono rientrare nelle lezioni e nei seminari, al di là della materia specifica che si insegni (e credo che questo in moltissimi casi già avvenga), poi noi che operiamo all’Università di Salerno abbiamo la fortuna di avere un campus, che facilita l’aggregazione tra persone che lavorano e studiano in ambiti diversi, e sarebbe bello se di tanto in tanto ci si ritrovasse a discutere, al di là delle lezioni, dei convegni e dei seminari, in maniera trasversale e partecipata, su argomenti che ci toccano tutti in quanto cittadini ed esseri umani adulti e responsabili.

Non a caso sta organizzando una rassegna su questo tema a cui prenderanno parte anche Elsa e la stessa Asinu.
Esatto. Si tratterà di una rassegna sui diritti umani articolata in più giornate, durante le quali verranno proiettati dei film tematici a cui seguiranno interventi di esperti in materia e dibattiti sui vari temi. Come dicevo, a Salerno abbiamo la fortuna di avere un campus e quindi l’eco può dirsi maggiormente rafforzata dalla presenza di un luogo unico e unitario di aggregazione, che assicura una partecipazione sicuramente maggiore a iniziative di questo tipo. Ma tutto parte dai gesti di ognuno di noi e dalla volontà di porre fine ai soprusi e alle violazioni dei diritti fondamentali. Molto è stato fatto a difesa dei diritti umani, ma ancora di più occorre fare per poterci definire un mondo ‘civilizzato’.

Maria De Paola