Disturbo post-traumatico da elezioni studentesche 

11 dicembre 2017 di

Attraversando a passi esperti i corridoi universitari, come accomodati sulle poltrone di un diretto a osservare i profili di città cui manca nitidezza, non si può ignorare quanto l’atmosfera sia differente dalle settimane appena trascorse. Le scarpe battono su pavimenti privi di scampoli di manifesti elettorali; alle bacheche, timide, le locandine degli eventi hanno sostituito i volti spesso martirizzati dei concorrenti; solo qualche sparuto soggetto si attarda ai nuovi distributori automatici in attesa di un caffè americano con topping alla panna e due-biscottini-due. La primavera si sostituisce al caotico inaridimento da cui l’Ateneo era stato investito: rifiorisce la tranquillità. Si potrebbe, certo, sorridendo con amarezza, augurarsi che la quiete non muti in stasi, che la tranquillità non sia poi così tranquilla. Allo stesso modo di  due anni faAsinu si costringe ai marginalia, giacché la pura informazione è annichilita dall’immediatezza attraverso cui il lettore può leggere i risultati elettorali

Eppure, come a quei militari costretti alla tensione delle trincee, alla mediocrità del rancio, alla morte che ticchetta alla schiena in ogni fischio del proiettile nemico, anche gli studenti dell’Unisa sembrano mal somatizzare l’evento delle elezioni studentesche. Vi è accaduto, durante questo fine settimana, di risvegliarvi madidi di sudore dopo che migliaia di voci avevano investito i vostri sogni? Anzitutto un sibilo, quasi un lamento femminile, il canto di una supplice come emergesse dall’entroterra; segue il primo, subdolo, interrogativo: «Di che facoltà sei?». Incantato dalla gentilezza, qualche giovane, sovente matricola, esaudisce pronto la curiosità, prima che il fioretto dell’interlocutore lo vinca nel tocco di una seconda interrogazione: «Hai già votato?». Sin qui, l’incubo è in embrione, ci si potrebbe ancora ridestare, cercando con le mani il comodino, l’abat-jour, gli occhiali; si potesse tuttavia semplicemente affrancarsi dagli incubi per mezzo di un conato di volontà non esisterebbero psicoanalisti.  

Se, inavveduti, ci si permette negazione, allora d’improvviso le voci si assemblano gremendo la camera: «Di che facoltà sei? Hai già votato?»; ma anche si confondono: «Di che voto sei? Hai già facoltato. Pur reimmergendosi tra le cascate dell’esperienza desta, ancora un rivolo d’interrogazione sopravvive al buio e alla vita, la sveglia risuona il solito interrogativo, lo scrosciare del rubinetto gorgoglia inquisitorio.  Il campionario delle patologie è tuttavia piuttosto vasto, nel presente articolo ci si costringerà a citare una sola testimonianza per cui le elezioni studentesche hanno guastato inesorabilmente la psiche. «Sono stato uno studente brillante sino alle elezioni del 2015», afferma M*******, «in seguito ho iniziato ad accusare una psicosi persecutoria: avvertivo alle spalle uno dei candidati che desiderava sostituire alla mia ombra, la sua. Ho dovuto affrontare un anno di terapia, in cui non sono riuscito a sostenere l’ultimo esame perché fosse onorato Unisa premia il merito. Sembrava tutto finito finché non ci sono state nuove elezioni: l’ho rivisto nei corridoi, era lui, indossava gli stessi abiti di due anni prima. Dovrò tornare in terapia».  

La scienza politica aveva illuso ognuna delle parti lasciandole credere in strategie efficaci. La prima, come dalle testimonianze precedenti, una microfisica del potere: governare la mano del singolo elettore dal multipiano o dal terminal sino in cabina. La seconda, una sempreverde strategia della vittima, chiarisce uno dei candidati per cui il segreto per vincere le elezioni sarebbe strappare i propri manifesti. La terza, infine, denunciare errori o presunti tali degli avversarsi a una manciata di giorni dalle elezioni, d’esempio la polemica tra le associazioni Agorà e ASG, Associazione Studenti di Giurisprudenza, per cui i primi avrebbero proposto, secondo l’accusa degli altri, crediti superiori agli studenti eletti tra gli organi accademici. È forse perché solo la quarta contemplava un programma elettorale solido e attendibile che l’affluenza alle urne non è stata che del quarantaquattro percento?  

Antonio Iannone