I doveri morali secondo Matteo Renzi: tentativo di analisi

11 luglio 2017 di

Ciò che il sedicente secolo “del post-” suggerisce, è un’esistenza postuma dell’individuo e delle sue produzioni: egli non vivrebbe che abbracciando scheletri di ideologie, tenendo tra le mani le ceneri di qualche legame ormai lontano. In tali forme, l’avvenire si manifesta a quanti si ostinano a confermare il superamento del presente: quest’articolo, apparso su questo quotidiano e che reca in calce la firma di questo giornalista, è ben lungi dall’essere qui, e se pur vi fosse, non vivrebbe che di un’esistenza fattiva piuttosto illusoria, rappresentazione psicotica dello sfortunato lettore. Annullata qualsiasi prossimità, se “post” è la verità dei fatti, la tesi più attendibile pare il suo assassinio per mano dell’interpretazione. Ad avanzare è, insomma, un subdolo mascheramento.

Consigli da genitore apprensivo, prestare attenzione a quell’elemento così terreno, eppure così metafisico che è la parola. Lungi dal farne un elogio: è pur sempre un’anima sfuggevole, le si appunta a stento l’identità di “plurale”, che subito è di nuovo lontana, perduta nei crepuscoli della filosofia. Ecco, la materia è stata evocata, bisognerà adesso renderne conto. Se un merito si può invero riconoscerle, almeno nei suoi esponenti più preparati, è quello di proporre una parola che abbia opportunità di esser soppesata, che permetta un’indagine accurata su ognuna delle sue parti (la voce che la pronunci, la penna che la scriva, e così via). Dove la parola, infatti, oscilla nient’altro che tra “leggero” e “leggerissimo” (allo stesso modo per cui nel futuro distopico che Petri narra ne “La decima vittima” non si ascoltava che musica “leggera” o “leggerissima”), bisogna accogliere con ogni onore una materia che desideri ritrovare di ciò che è lieve, il peso, come dell’anima, il corpo che la contenga.

Un così prolisso avvio per l’analisi di qualche brano dal nuovo saggio di Matteo Renzi, “Avanti”, che farà da Manifesto alla sua rinnovata campagna elettorale? Ebbene, al lettore trarre i propositi dell’indagine. Nel secolo cui a molti piace dar nome di post-ideologico, a essere assopito nel silenzio mortifero della propaganda è proprio l’etica quale comportamento pratico che spinge a un’azione invece che un’altra, il respiro che permetta lo slancio o l’indifferenza.  “Vorrei che ci liberassimo da una sorta di senso di colpa”, scrive il leader della maggiore forza democratica. L’argomento? Il solito, terribile, luogo d’esercizio per qualsiasi ginnasta del pensiero politico. Il senso di colpa che attanaglia chi osserva quell’ammasso di corpi venire fuori dai tuguri delle imbarcazioni; quello che prende alla gola chi legge di nuove spoglie al largo del Mediterraneo. Basta: bisogna liberarsi da questo subdolo senso di colpa che suggerisce risoluzioni d’inclusione.

“Noi”, continua il segretario, “non abbiamo il dovere morale di accogliere in Italia tutte le persone che stanno peggio”. “Noi”, dunque. Appare quasi acquattandosi il feticcio dell’identità nazionale, il totem cui prodigarsi e a cui rendere grazie per essere questi e non altri, i “loro” che lavorano per distruggere secoli e secoli di tradizione. È naturale che lo stesso Renzi, in una video-intervista successiva alla pubblicazione del brano, si dichiari più che favorevole all’introduzione di una legge che abbia per tema lo Ius Soli. Il “Noi” dentro cui opera l’asserzione del democratico non è, certo, razzista, è piuttosto identitario, nazionalista. Ciò che “Noi” non abbiamo (dichiarazione piuttosto categorica) è, dunque, un “dovere morale”. Spogliata da “noi” la veste della moralità; come descrivere al meglio le conseguenze di tale atto? Servendosi di una massima che Dostoevskij (il quale non se avrà certo a male) lascia al suo Ivan Karamazov, per l’occasione ridisegnata: se la morale non esiste, tutto è lecito. Persino non avere alcun senso di colpa. È proprio la morale, invece, l’ambiente dentro cui dovrebbe abitare un sano rapporto con l’Altro. Se le leggi del mercato non permettono che un’apertura che tenga conto dell’economia; se quelle sociali si preoccupano della sicurezza percepita da una popolazione; se le politiche devono mercanteggiare con la governabilità della nazione; sono proprio quelle morali a esistere individualmente dalle altre, a loro dispetto.

L’Apocalisse che le asserzioni di Renzi divinano (“Se ciò avvenisse sarebbe un disastro etico, politico, sociale e alla fine anche economico”) non possono che produrre un nuovo dovere, che intende ancora una volta rallegrare i cittadini del proprio ufficio di buoni anfitrioni: aiutare. “Abbiamo il dovere morale di aiutarli”, scrive, e subito incalza, preceduto da un punto fermo che permette una pausa prima dell’apnea, “e di aiutarli davvero a casa loro”. In che modo, lo spiegherà forse il paragrafo successivo, ancora imprigionato tra le pagine del testo. Per adesso, non resta che contentarsi di una misera illuminazione.

Antonio Iannone