Economia moderna della parola pronunciata

2 ottobre 2015 di

Il professor Martin Heidegger, tra le righe fitte delle tredici lezioni che vanno a comporre il corso universitario sul principio di ragione, scrive qualcosa di molto interessante: traduzione è tradizione. Il linguaggio, infatti, diviene parlato, non più l’uomo parlante, ed egli in tale trattazione sembra possedere un peso ben minore di quel che si domanderebbe in questi casi. Il linguaggio, inteso come codice comunicativo che richiede per forza di cose un mittente e un destinatario (anche laddove entrambi i ruoli siano interpretati dallo stesso individuo e dalle molteplici forme che il suo intelletto riesca a impersonare, come nel caso dei Soliloquia agostiniani) è parte della storia, del divenire immutabile insito nel tempo come spirito che abbia luogo fuori e dentro l’uomo. Com’è ovvio tale linguaggio muta insieme con la storia, insistentemente: non è forse vero che il buon Alexis De Tocqueville in quella grande opera che è “La democrazia in America”, imputa alla smisurata pigrizia democratica dell’uomo americano un doloroso appiattimento della terminologia? Sembra, a questo punto, necessaria una citazione al Michele Apicella interpretato da Nanni Moretti in Palombella Rossa, che abbaia alla giornalista: –Come parla? Le parole sono importanti!, poiché appare sempre più relativo il di queste prezzo. Qual è, infatti, l’economia della parola? A quali conseguenze porta una scelta piuttosto che un’altra in campo linguistico? Si prendano in esame i due esempi di cui sarà scritto.

Il 21 Settembre 2015 la procura di Torino chiede una condanna a otto mesi di reclusione per lo scrittore napoletano Erri De Luca, a causa d’una frase pronunciata nel corso di un’intervista all’Huffington Post che lo vede favorevole al sabotaggio della linea Torino-Lione, conosciuta come Tav. Ecco il prezzo della parola, insita socialmente nella persona d’un letterato e del suo peso come possibile guida morale. E’ stato vero terrorismo? Com’è ovvio non possiamo saperlo, ma conosciamo di certo la battaglia alla parola pronunciata, Treccani alla mano, etimologie studiate al dettaglio prede del paradosso della definizione come parola di parola. Si passi all’esempio seguente.

Il vicepresidente del Senato Roberto Calderoli viene difeso da ogni possibile accusa di istigazione al razzismo per aver dichiarato di non riuscire a non pensare a un orango quando vede la Kyenge. In questo caso la parola si fa sibillina, nascosta dietro certa opinione comune, certo basso benaltrismo. Penserebbe, forse, male colui che sostenesse che il citato Calderoli non sia stato accusato a causa d’una malcelata xenofobia ben presente negli animi della maggior parte dei parlamentari? Continuerebbe a esser tacciato di ingiustificato cinismo chi volesse ritenere che la parola ha il peso che le attribuisce a seconda dei casi la forza più grande, la quale appare governata sempre e comunque dai peggiori istinti?
Probabilmente sì, colui che affermasse questo sarebbe di sicuro un cinico e un misantropo, un uomo incapace di vivere nella società, in poche parole un idiota, poiché ognuno sa, lontano da ogni esercizio di retorica, che anche Bruto è e non è al tempo stesso un uomo d’onore.

 

Antonio Iannone