Gli anfitrioni: individui che restano, parole che scappano

19 maggio 2017 di

È chiaro che la confusione tra le parti politiche è soltanto la conseguenza, la peggior conseguenza, di quelle dinamiche che vedono le parole superare il corpo che le pronunci. Esse sopravvivono, in ogni caso, poiché è alla relazione verso l’altro cui si dedicano. Abbandonata la voce ormai esanime, le parole risuonano, s’interpretano. La dichiarazione, la quale contempla insieme voce recitante, toni e timbri della stessa, totalità della traccia discorsiva, diviene asserzione, frammento. Il corpo si priva degli arti: essi agiscono in solitudine, si ricombinano in bizzarri coacervi, descrivono inediti assembramenti, a volte mostruosi. Tale la forma dell’interpretazione, innocente come strumentale. Certo, il discorso politico sembra pericolosamente occuparsi della seconda. Di dichiarazione in dichiarazione, ciò che era privato diviene pubblico, nonostante il confinamento del linguaggio dentro le proprie nicchie geopolitiche. Prima della comprensione, l’asserzione discorsiva abita un’esistenza, per così dire, metafisica, dove occupa lo spazio del “non”: non è più pensiero, né ancora comunicazione.

Ecco che s’infiltra lo spettro del privato: “ciò che penso è mio, ne posseggo autorità”; a torto si crede di poter piegare alle leggi della proprietà persino il pensiero che si conforma in una dichiarazione. Quando ci si accorge che il danno è irreparabile, si cerca di fare spallucce: “mi è scappato”, si dice. Ed è, infatti, così: le parole scappano. Non è forse scappato a Debora Serracchiani, Presidente del Friuli-Venezia Giulia dal 25 aprile 2013, una dichiarazione per cui una violenza sessuale risulti “più grave se commessa da un profugo”? Gli occhi più attenti avrebbero notato le parole evadere dalle labbra della politica e gettarsi nel mondo. Abbandonato lo spazio della confidenza e della confessione, la dichiarazione “viene al mondo” occupando lo spazio dell’attualità. Dove trovare, tuttavia, spazi di non pubblicità?

L’interrogativo potrebbe essere anzi formulato in altri termini: esistono forse spazi di non pubblicità? A ogni discussione qualcuno sostiene la causa del privato come luogo di fuga, spazio dell’anarchia. Gli omosessuali? Si amino a casa loro; gli immigrati? Tornino a casa loro, siano aiutati a casa loro. Lo spazio della casa diviene quello di un proibito che alla presunta menzogna della dimensione plurale oppone l’altrettanto presunta verità dell’atomo. L’individuo pare sincero soltanto se arto frammentato, eppure autonomo, della collettività; lì non paiono scappare dichiarazioni, si può grufolare nel razzismo e nell’omofobia, si è in pratica felici. Nondimeno bisognerà distruggere il mito dell’individualismo.

Il corpo è continuamente attuale: lungi dal farsi eterotopia, vale a dire “spazio dell’altrove” nella collettività, esso si espone alla costruzione continua dell’ideale. È, d’altronde, una semplificazione delle teorie espresse da Judith Butler sulla performatività dei corpi: “il solo fatto di esser qui, quale corpo vivente, mi permette di affermare la mia identità pubblica, di resistere ai soprusi di una società ingiusta oppure semplicemente di operare per migliorarne la prassi”. Nessuno spazio privato sarà, allora, salvifico, poiché ogni atto immette l’individuo dentro lo strenuo dialogo col mondo (inviare un tweet come leggere un romanzo, scattare un selfie come protestare in piazza). È abbandonata per il soggetto la dimensione del turista: si è sempre anfitrioni, nel mondo.

Antonio Iannone