Idomeni – un omicidio mascherato da missione umanitaria

3 giugno 2016 di

Essere uccisi dalla guerra o naufragare nel Mediterraneo. Vi siete mai chiesti se cambia davvero qualcosa? La morte in fondo è sempre morte, in tutte le sue forme, mentre esistono forme di vita che con la vita non hanno nulla a che fare.

Copy Bledar Hasko

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Idomeni, il campo profughi sgomberato negli ultimi giorni, è tra gli esempi più lampanti di come si possa continuare a respirare pur smettendo di essere vivi, e addirittura smettendo di essere uomini. Perché gli uomini non vivono ammassati in tende che bruciano sotto al sole e si allagano quando piove, senza elettricità e servizi igienici, costretti a fare la fila senza scarpe per porzioni minime di cibo, aspettando per mesi l’apertura di una frontiera di filo spinato, come animali in attesa di poter scappare dal recinto.

Eppure davanti a tutto questo, qualcuno ha ritenuto che per sgomberare il campo fossero necessarie ruspe e squadre antisommossa. Evidentemente ci si aspettava davvero che dopo mesi vissuti nel nulla, quegli 8.400 profughi avessero ancora la forza e la voglia di ribellarsi per difendere il diritto di restare a marcire in una tenda. Addirittura ci si è preoccupati di vietare l’ingresso a giornalisti e volontari, perché nessuno potesse documentare quella che rischiava di essere un’ennesima brutale deportazione di massa. A Idomeni invece si respirava aria di rassegnazione; avevano già capito tutti che il viaggio attraverso la Macedonia non sarebbe proseguito. Pare che lo sgombero si sia svolto con calma, ma il “pare” è d’obbligo di fronte alla censura.

Copy Bledar Hasko

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Chi a Idomeni c’è stato, quando ancora era possibile visitare il campo, è Bledar Hasko, reporter freelance di origini albanesi. Ci ha spiegato che lui, gli uomini che vivevano in quelle tende, li definirebbe schiapoli. “È una parola composita usata dallo scrittore Mauro Francolini in un libro che uscirà a breve. Viene da schiavo e apolide. Schiavo perché quello che è successo ad Idomeni è un fenomeno dove si disumanizza l’essere umano, il campo, la fila, i viveri, il fuoco e la sopravvivenza. Apolide perché le persone hanno perso il ritorno indietro, appartengono ad Idomeni, ad un non luogo con una barriera di filo spinato”.   
Bledar parla di Idomeni come di un fatto storico, qualcosa che più che raccontato, va studiato andando oltre la semplice copertura mediatica. “Bisognerebbe porsi domande tipo: perché sono state lasciate più di diecimila persone per mesi davanti al filo spinato? A chi è servito? Il campo, le tende, la fila, bambini dispersi, madri che si prostituiscono e soldati armati fino ai denti… cosa ricorda?”. Se tendiamo a non farci certe domande è perché probabilmente non vogliamo darci certe risposte, consapevoli di quanto dovremmo vergognarci di fronte all’amara verità che dalla storia non abbiamo mai imparato niente.

Copy Bledar Hasko

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Come lavarsi la coscienza? Preoccupandosi di dove i profughi sono stati trasferiti e denunciando le carenze dei nuovi luoghi di accoglienza; vantandosi di metodi discutibili con cui si tenta di salvare corpi di uomini di cui si è già uccisa la dignità in più e più modi.

“Quando la razionalità di uno stato di diritto raggiunge un livello di super burocrazia, diventa una legge irrazionale che quasi condanna se non si uccide o non si fa del male a delle persone. Era l’essenza del nazismo e credo che Idomeni sia un segnale d’allarme che spero l’umanità non comprenda troppo tardi”.

Perché si doveva arrivare allo sgombero?
“Perché Idomeni è stato un simbolo per dire ‘qua non si passa’.” 


Valentina Comiato
Foto di Bledar Hasko