Il lavoro ai tempi della quarta rivoluzione industriale

22 marzo 2017 di

Il recente World Economic Forum l’ha chiamata “Quarta rivoluzione Industriale”, è l’era della digitalizzazione che sta stravolgendo dalle fondamenta quasi ogni settore economico, in modi che forse ancora non riusciamo a comprendere. Brancoliamo nel buio e così la politica, senza idee chiare, favorendo l’acuirsi di fenomeni che non rientrano nelle classiche forme del diritto, generando caos (come nei casi riportati a pagina 2 dell’ultimo numero di Asinupress). Una delle forme più interessanti che ha assunto questo nuovo paradigma è quello della cosiddetta “Gig-economy” che tradotto vuol dire “economia dei lavoretti”, assimilati ad hobby per arrotondare nel tempo libero, in qualità di “free-lancer”. In realtà si tratta di lavoro vero e proprio, mascherato da “lavoretto” in quanto il rapporto assume una forma nuova, costituita da una piattaforma virtuale, governata da un algoritmo che si limita a mettere in relazione un appaltatore con un subappaltatore senza nessun contatto con il lavoratore. Intanto, una ricerca del 2016 della Foundation for European Progressive Studies (FEPS) ha sostenuto che in Gran Bretagna sono 5 milioni i lavoratori pagati dalla gig economy. Altro che lavoretto.


Quindi chi è il datore di lavoro?
A chi, l’operatore, potrà richiedere un salario maggiore o un’assenza per malattia senza che questo gli causi un calo nei ricavi?  Chi accetta di lavorare per la piattaforma diventa un cottimista 2.0, pagato per la propria prestazione, ma senza salario minimo orario e senza la sicurezza di venire appworkforceeffettivamente pagati. Molto del suo destino ruota intorno al ranking generato dalla soddisfazione o meno del cliente, il quale si ritrova un grosso potere tra le mani valutandone l’efficienza e che in caso di andamento medio negativo portano l’algoritmo ad allontanare quella persona dalle zone in cui c’è maggiore richiesta, abbassandone il salario e magari spingendolo ad abbandonare (licenziarsi). Comodo, no?
Per fare un esempio tiriamo in ballo i famosi “tassisti” di Uber. Questi sono accusati di concorrenza sleale dai tassisti, quelli classici con l’auto gialla e l’insegna, perché la famosa app permette di fornire lo stesso servizio ad un costo molto più basso. Tali prezzi, fissati dalla piattaforma, dall’algoritmo, non tengono conto dei costi di manutenzione dell’automobile o dell’assicurazione, che sono a carico dell’autista il quale sceglie di fornire quel servizio iscrivendosi ad Uber; insomma un fortissimo abbattimento dei costi rispetto ad una società di taxi, sfruttando in pieno i vantaggi della nuova digitalizzazione e le economie di scala generate dalla gestione di una flotta sparsa in tutto il mondo.
Per Kristy Milland di TurkerNation.com, sempre più mansioni vengono affidate alla “massa”, cioè lavoratori non qualificati che sostituiscono i preesistenti attraverso l’interazione con gli algoritmi. Il lavoro insomma non è finito: al contrario, è sempre di più, senza tutele e pagato meno.

Citando TurkerNation.com ho volutamente toccato quello che è uno degli emblemi di questo nuovo modo di

Il Turco meccanico

Il Turco meccanico

intendere il lavoro: i Turchi Meccanici di Amazon. Che poi non sono davvero Turchi, ma un riferimento al falso automa, “il Turco” appunto, del 1700. Questo doveva essere un robot dalle sembianze umane in grado di giocare a scacchi, in realtà in seguito si scoprì che era manovrato dall’interno da un vero essere umano. Ed è molto simile a quello che fanno oggi i cottimisti di Amazon, che in cambio di pochi centesimi e senza possibilità di contrattare le proprie condizioni di lavoro, allineano tag, individuano un giudizio positivo o negativo in un articolo, riconoscono l’ironia, leggono accuratamente un testo sulla fotografia di un edificio o distinguono tra risultati di ricerca ambigui. Il fine di questo lavoretto che coinvolge una grande quantità di persone dal proprio PC, è quello di “allenare” gli algoritmi di Amazon nel fare lo stesso tipo di attività, affinando la capacità del sistema di fare delle scelte congrue in modo tale da soppiantare, in un futuro molto prossimo, queste stesse persone.

Secondo i suoi critici, il Turco meccanico di Amazon ha creato il mercato del lavoro più sregolato che sia mai esistito. All’ interno della macchina c’è un eccesso di lavoro, una competizione estrema tra i lavoratori, un lavoro monotono e ripetitivo, salari bassissimi e una grande quantità di truffe. Allo stesso tempo però, innovazioni nell’innovazione, sono nate Turkopticon e Dynamo, piattaforme che mettono in rete queste persone permettendo loro di interagire e combattere gli abusi, usando il web come nuova forma di aggregazione per una nuova categoria di lavoratori che non si trovano in luoghi fisicamente contigui. Essi infatti le utilizzano per creare una certa linea comunicativa, per condividere esperienze, analizzare l’organizzazione del lavoro o formare i nuovi arrivati, ma anche per interagire con datori di lavoro disponibili al confronto.

Tirando le somme appare evidente che la parola lavoretto sta un po’ stretta a queste persone, che scelgono di intraprendere attività del genere perché spinti da una situazione economica difficile, perché vittime della crisi, della disoccupazione o per provare ad arrivare alla fine del mese (video nelle fonti alla fine dell’articolo), non gente che prova a guadagnare due soldi passando il tempo. Forse è ancora presto per poter capire i risvolti economici e sociali di questa rivoluzione, forse è presto anche per la politica per regolamentare nel modo giusto la questione in modo da renderla davvero una nuova forma di guadagno, una nuova forma di lavoro e non una nuova forma di sfruttamento.

Antonio Nudo

Altre fonti:
– I “turchi” si organizzano in collettivi come TurkerNation, MTurkGrind, HITsWorthTurkingFor.
– Perché si sceglie di diventare turco meccanico? http://bit.ly/2mOZ80M
– Presa Diretta, puntata del 5 settembre 2016: http://bit.ly/2ch4bEe
– Articolo di Roberto Ciccarelli: “È il Capitalismo Digitale Baby
– Black Mirror 3X01?