In Turchia è tutto a posto

18 aprile 2017 di

In Turchia è tutto a posto. Il referendum costituzionale del 16 aprile ha visto trionfare di misura le riforme volute dal presidente Erdogan. Il 51,3% dei votanti ha approvato la modifica di 18 articoli della Costituzione, dichiarandosi a favore del passaggio della Turchia da repubblica parlamentare a repubblica presidenziale e accettando che Erdogan diventi anche capo dell’esecutivo, che possa emanare decreti, sciogliere il Parlamento, nominare ministri, proclamare lo stato d’emergenza e concorrere per ancora due mandati. Tutti poteri necessari – dicono- per garantire la stabilità al Paese in un momento di così profonda tensione. Quindi sì, è tutto a posto. È tutto a posto, anche se il CHP (partito repubblicano del popolo) ha denunciato l’utilizzo di schede non timbrate nel 37% dei seggi. Sadi Guven, capo della commissione elettorale suprema, ha assicurato che quei certificati elettorali erano validi e che sono stati accettati anche in passato dal Governo turco. Il problema – dicono- non sussiste. Anche qui, quindi, è tutto a posto.

In Turchia è tutto a posto, nel senso che ogni cosa è confinata perfettamente nel posto che le era stato assegnato. Al suo posto, soprattutto, c’è l’opposizione, rilegata negli anfratti bui in cui ancora non sono arrivate censura e repressione. Il tentato colpo di stato dello scorso luglio ha concesso al presidente turco il pretesto ideale per arrestare ed esiliare tutti i possibili nemici della sua azione politica. Di rimando anche moltissimi giornalisti accusati di presunti legami con l’imam Fetullah Gülen, identificato come la mente del golpe. Lo stato d’emergenza ha ridotto estremamente gli spazi per informare e riflettere sul referendum, ma che in Turchia ci sia un problema giornalistico, è noto da molto prima del 15 luglio. Già nell’aprile del 2016, infatti, Reporters sans Frontieres poneva il Paese di Erdogan al 151° posto su 180 nella sua annuale classifica sulla libertà di stampa. La situazione è tanto peggiorata che resta attivo all’opposizione un solo quotidiano, Cumhuriyet, continuamente osteggiato per le sue idee di centro-sinistra e il suo progetto di giornalismo indipendente e laico.

In un Paese dove non si dispiega il dibattito, dove la politica ha sì tante voci ma un unico microfono ad amplificare sempre e solo la stessa, è difficile porsi il problema di presunti brogli elettorali, perché se anche non ce ne fossero stati, resta innegabile l’esistenza di un clima coercitivo nei confronti delle menti ancora prima che dei corpi. Anche il contenuto della riforma lascia in realtà poco spazio alle divagazioni: si può ragionare sul confine tra “garantire la stabilità” e “promuovere la deriva autoritaria” in un Paese dove di fatto la deriva è già iniziata?

In Turchia è tutto a posto perché le cose sono andate per inerzia. Il referendum del 16 aprile non è una svolta, ma il naturale procedere degli eventi. Non è tutto a posto, invece, in un’Unione Europea scandalosa quanto scandalizzata, spaventata dai nuovi poteri di Erdogan ma complice di avergliene concessi altri, con l’Ue-Turkey Statement, pur di lavarsi le mani dalla questione migranti. Così la Turchia, sempre meno democratica, sempre più lontana dal progetto di nazione laica di Ataturk, sempre più in contrasto coi valori su cui si fonda l’Unione Europea, resta candidata all’annessione. Se in Turchia è tutto a posto, qui da noi c’è un problema.

Valentina Comiato