Kurdistan: paura del referendum?

21 dicembre 2017 di

Il 25 settembre i cittadini del Kurdistan Iracheno (regione autonoma nel nord dell’Iraq) hanno votato per un referendum sull’indipendenza. Risultato? Un plebiscito, ma tutto il mondo sembra dire “niente più Kurdistan”. Nessun bisogno di dichiarazioni esplicite, basta non schierarsi, chiudere i confini ad un popolo che ha da sempre lottato per sconfiggere il terrorismo ed alimentare il progresso sociale e culturale. Per fare chiarezza, la redazione di Asinupress ha deciso di intervistare Shorsh Surme, giornalista, membro della Kurdish Cultural Society e direttore del portale Panoramakurdo.it. 

Il 25 settembre 2017 il Kurdistan iracheno ha raggiunto il plebiscito con il 92,7 per cento di si. Da quali ragioni nasce il referendum? E perché lo Stato curdo, dopo le votazioni è stato completamente isolato ed osteggiato dai propri alleati? 

Indire un referendum è e deve essere un diritto di ogni popolo e i curdi, quattordici anni dopo la caduta di Saddam nel 2013, nonostante abbiano contribuito alla redazione di una nuova Costituzione irachena, grazie a cui l’Iraq è diventato uno stato federale, si ritrovano a combattere contro un governo centrale che questa Costituzione non la rispetta. Tutto è peggiorato nel 2014 con la nascita dell’Isis e la perdita dell’introito del 17 % sul guadagno del petrolio destinato ai dipendenti pubblici della regione curda. Il referendum nasce proprio da queste motivazioni, ma è indispensabile che ci sia dialogo dall’altra parte. Il 92, 7 % ha votato SI. Esattamene il giorno dopo le votazioni il Kurdistan è stato “completamente” isolato: bloccati gli aeroporti di Erbil e Sulaymaniyah e chiuso lo spazio aereo da Iraq, Iran, Turchia che hanno dato vita ad un complotto “triangolare” attaccando il 16 ottobre Kirkuk, una città a maggioranza curda (lo stabilisce un censimento del 1957) arabizzata perché ricca di giacimenti petroliferi. La città è stata attaccata non dall’esercito federale, composto secondo la costituzione da tutte le milizie irachene, ma dalla sola milizia sciita al-Hashd al-Shaabi, costruita sul modello dei pasdaran iraniani. Il problema è che l’articolo 9 della costituzione vieta la costruzione di qualsiasi milizia al di fuori dell’esercito, sottolineando nel comma b che la politica non deve in nessun modo interferire con le forze armate. 

È allora evidente che il governo centrale iracheno abbia un rapporto ambiguo con la propria Costituzione: definisce “incostituzionale” un referendum, ma ritroviamo la stessa incostituzionalità nell’azione militare condotta nei confronti della città di Kirkuk. 

Oltre all’attacco assurdo ed immotivato dell’Iraq versi dei cittadini del proprio paese (il Kurdistan, fino a prova contraria, fa ancora parte del paese), vorrei ricordare che la Costituzione sancisce il fatto che il Governo Centrale non dovrebbe in nessun modo reprimere i cittadini dello Stato Federale Iracheno, e ciò non è stato rispettato. Inoltre, questa milizia sciita ha attaccato una città curda senza alcuna ragione legale provocando morti, stupri e terrore. 

Il Kurdistan perde alleati in Medio Oriente, ma come argomenta il mancato appoggio post-referendum di Russia, America ed in generale degli altri stati dell’UE? Non c’è una “universale” esclusione della causa curda dal resto del mondo? 

Il “voltafaccia” dell’occidente in tutte le sue componenti nei confronti del Kurdistan è stato del tutto inaspettato. Sembra che il grandissimo sacrificio dei curdi non venga considerato: ricordo che, in due anni e mezzo, valorosi Peshmerga hanno militarmente annientato l’Isis sia a Mosul che a Raqqa, che non è una città curda, ma donne e uomini curdi hanno dato la vita per la causa. Eppure la milizia sciita che ha attaccato Kirkuk ha potuto usufruire delle sofisticatissime armi americane destinate all’esercito iracheno proprio per combattere l’Isis. Dato completamente ignorato da Trump, che il 18 ottobre ha dichiarato di non “patteggiare” per nessuna fazione. Affermo con rammarico che la sua amministrazione ha sempre avuto “un piede in due staffe”: da una parte attaccano il regime dell’Ayatollah, dall’altra stanno in silenzio, pur sapendo che ci sono stati e ci sono tutt’ora i pasdaran iraniani sul suolo iracheno e che una parte degli sciiti iracheni sono legati al capo spirituale iraniano Ali Khamenei. Mi aspettavo se non dall’America, almeno dall’UE un atteggiamento differente. Ero in Kurdistan nel 2014 quando arrivò l’ex presidente del consiglio italiano Matteo Renzi, e dopo di lui altri primi ministri di vari paesi, per incoraggiare la lotta contro l’Isis. Ho inviato personalmente una lettera all’onorevole Mogherini per esprimere tutto il malumore dei curdi, per chiedere un intervento, una parola sia come italiana che come rappresentante della politica estera, ma nulla è stato fatto. In Iran non esiste soltanto l’accordo nucleare, ma anche la questione dei diritti umani. Tutti i giorni vengono impiccati nelle piazze iraniane attivisti politici e non, ma la comunità internazionale continua a difendere il regime dell’Ayatollah.  

Oltre al fondamentale apporto militare fornito alla comunità internazionale (senza l’aiuto di donne e uomini Peshmerga l’ascesa dell’Isis sarebbe stata dilagante), il Kurdistan contribuisce ad un certo tipo di evoluzione sociale anche da un punto di vista sia politico che culturale. Perché ignorare completamente un popolo che di fatto sta provando a cambiare il mondo? 

Basta leggere i libri di storia e i giornali per capire quanto questo popolo sia multietnico. La convivenza religiosa è sempre civile e per niente problematica, i cristiani fuggiti dalla Siria e dal centro e dal sud dell’Iran professano la propria religione in Kurdistan senza alcun problema. Il disinteresse nei confronti di questa comunità nasce dal fatto che i curdi abbiano, nel proprio DNA, un sentimento di libertà, e questo probabilmente fa paura. Lo spirito curdo non collima con il resto del medio-oriente. Non dimenticherò mai la frase del capo spirituale Khomeini che, nonostante i movimenti di liberazione del Kurdistan lo avessero aiutato a rovesciare lo Scià di Persia, nonostante la sua promessa di concedere al popolo curdo una maggiore autonomia, quando tornò in Iran nel 69 disse -cito testualmente- “uccidere un curdo non è peccaminoso”, un’espressione estremamente grave, soprattutto se pronunciata da un teologo, un capo spirituale. I curdi sono stati islamizzati ne VII sec. d. C, ma non hanno mai interpretato in modo fanatico e fondamentalista la religione. Mio padre era un ateo, mia madre una credente, ma come quasi il 70 per cento delle famiglie curde ci hanno lasciati liberi. È strano sentirsi stranieri in casa propria, forse, come diceva mio nonno, siamo nati nella zona sbagliata. 

Oltre all’isolamento, il Kurdistan iracheno subisce, in questo periodo, l’assenza di una guida politica. Si è dimesso infatti non molto tempo fa il Presidente Barzani. Come commenta questa decisione e in generale i dissidi politici interni ai partiti curdi? 

È importante imparare a “lavare i panni sporchi in pubblico”, ogni tanto bisogna farlo. Prima di tutto, la presidenza di Barzani, eletto dal popolo, era già decaduta nel 2014. Al margine della scadenza del mandato la situazione è precipitata a causa della nascita dell’Isis. Non potendo indire le elezioni, il parlamento ha abrogato per altri due anni fino ad arrivare ai giorni nostri. Poco dopo le votazioni per il referendum, Barzani è stato “accoltellato” alle spalle da alcuni esponenti dell’UPK di Talabani, deceduto il 3 ottobre ed assente dalla scena politica da cinque anni a causa della sua malattia. Potrebbero essere esponenti della sua stessa famiglia, un vero e proprio tradimento nei confronti del Presidente e i dissidi interni all’interno dei partiti curdi non hanno di certo giovato alla politica. C’è un vuoto da colmare, ma questa assurdo isolamento del Kurdistan ha portato all’inevitabile decisione di dover rimandare le elezioni. Auspichiamo l’unità, senza la quale non si arriva da nessuna parte. Fortunatamente c’è adesso, tra le varie fazioni, un maggiore dialogo. 

Non c’è stato soltanto un referendum quest’anno, mi riferisco ovviamente alla vicenda Catalana, che ha avuto un visibilità mediatica sproporzionata rispetto a quella curda. Come mai l’Europa tende a contrastare questo sentimento di indipendenza? 

La parola indipendenza fa paura, basti pensare che con la fondazione delle Nazioni Unite nel 1945, gli stati ammontavano a 57. Nel 2017 siamo in 193. Vorrei porre questa domanda: “questi stati sono nati artificialmente?” Semplicemente sono stati riconosciuti. La Catalogna, come il Kurdistan, non ha avuto appoggio di un paese potente. Si potrebbe fare riferimento al Kosovo: nel 2008 la maggioranza albanese dichiarò l’indipendenza, riconosciuta subito dagli Stati Uniti e da tutta l’UE (tranne la Spagna). Io ho dimostrato tutta la mia solidarietà al popolo catalano, ma devo ammettere che hanno agito senza avere un piano b e senza una riorganizzazione della propria popolazione. Nonostante tutto non mi aspettavo in un paese del genere una tale ostilità verso le persone che sono andate a votare. È un loro diritto, la costituzione non è un “vangelo”, con buon senso può essere cambiata, migliorata.  

Maria Vittoria Santoro