La laurea serve a qualcosa?

24 novembre 2016 di

Negli ultimi tempi si assiste ad una progressiva saturazione del mondo del lavoro in molti campi e questo ne rende più difficoltoso l’accesso. Il punto debole della catena però può essere rinvenuto nei neolaureati, che dopo aver terminato gli studi si trovano spesso con un pugno di mosche in mano. Non è sempre valida, infatti, la regola del conseguimento titolo con 110 e lode per essere prontamente inserito nel mercato del lavoro e spesso a risentirne sono gli studenti e i laureati meridionali, come emerge dal Rapporto AlmaLaurea 2016 .

Dato il periodo contingente, molti studenti cercano infatti a priori di scegliere un istituto o una specializzazione che possa dare loro maggiori possibilità di inserirsi nel mondo del lavoro il prima possibile. Ecco allora che si moltiplica la richiesta di iscrizioni nelle facoltà sanitarie o di stampo informatico o ingegneristico, settori di cui vi è ancora richiesta. Per quanto riguarda le università e le città in cui cercare lavoro, invece, si prediligono quelle collocate nelle regioni settentrionali della penisola. laurea23

Questa ‘preferenza’, che suona più come una costrizione, è dimostrata dalla circostanza che la mobilità territoriale degli studenti per motivi di studio e di lavoro è sensibilmente elevata nel meridione rispetto al centro e al Nord e spesso a spostarsi è chi ha già la possibilità economica di sostenere le spese che comporta il trasferimento una città diversa da quella di origine. Non solo, spesso si è costretti ad affiancare allo studio o al lavoro per il quale si è specializzati anche dei lavoretti ‘di contorno ‘ per arrotondare il budget a disposizione, con il rischio di avere un sovraccarico di impegni che incide inevitabilmente in maniera negativa sul rendimento.

Inoltre, per effetto di questa ricerca smodata di un lavoro che possa dare una soddisfazione (o la mera autonomia) economica, si mettono da parte le proprie inclinazioni o passioni che possono invece ostacolare la stabilità che potrebbe garantire un lavoro ‘fisso’.

L’unico aspetto positivo sembra essere dato dal fatto che al Sud, dopo un anno dal conseguimento del titolo, gli occupati hanno una stabilità lavorativa maggiore rispetto ai propri colleghi del centro e del Nord perché nel Mezzogiorno, in risposta alle difficoltà del mercato del lavoro locale, è più elevata la percentuale del lavoro autonomo, che coinvolge l’11% degli occupati contro il 7% del Nord; percentuale che si assottiglia con il trascorrere del tempo, già infatti dopo 5 anni dal conseguimento titolo la percentuale degli occupati al Nord tende a salire. A favore di questi ultimi poi vi è una differenza retributiva non indifferente: si tratta di circa 200€ mensili in meno per i lavoratori del Sud.

Tuttavia, oltre le differenze territoriali, il dato incontrovertibile è che i giovani, siano essi diplomati, laureati o specializzati, non riescono a inserirsi facilmente nel mondo del lavoro e la laurea non rappresenta più l’asso nella manica per veder riconosciuto il diritto/dovere al lavoro, sancito bellamente nella nostra Carta Costituzionale all’articolo 4, ma spesso disatteso.

Maria De Paola

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