La Macchia 7.0 – Meglio ricercati che ricercatori

5 dicembre 2017 di

Il 30 Novembre, presso la biblioteca A. Santucci dell’Università degli Studi di Salerno, l’associazione studentesca Asinu nell’ambito del cineforum La Macchia ha radunato diverse persone attorno alla proiezione di Smetto quando voglio, una commedia cinematografica del 2014 diretta dal regista italiano Sydney Sibilia.

A 24 anni mi sono laureato in neurobiologia con il massimo dei voti, ho un master in neuroscienze computazionali e uno in dinamica molecolare. Negli ultimi mesi ho messo su una banda che gestisce un giro d’affari di centinaia di migliaia di euro, sono accusato di produzione e spaccio di stupefacenti, rapina a mano armata, sequestro di persona e tentato omicidio. Mi chiamo Pietro Zinni… e sono un ricercatore universitario”.

Così si apre la proiezione, con un incipit che strappa un sorriso ai presenti e che individua immediatamente il focus del tema attorno cui è costruita l’intera trama: la precarietà dei ricercatori universitari. L’intero film si concentra sull’originale metodo, ideato dal protagonista, di assicurarsi quelle entrate economiche che l’università gli nega. Per questo motivo Pietro Zinni raduna i suoi compagni: un antropologo, un economista, due latinisti, un chimico, tutti precari. Chi fa il benzinaio di notte, chi lava i piatti in un ristorante cinese, tutti svolgono mansioni lontane dagli studi intrapresi, e insieme realizzano una nuova smart drug perfettamente legale in Italia. Gli spettatori in sala, allora, iniziano ad osservare la metamorfosi di questi ricercatori, dapprima relegati ai margini della società ed esclusi dai luoghi accademici e poi protagonisti del giro di spaccio e d’illiceità notturno diffuso nelle discoteche.

Quando la pellicola giunge ai titoli di coda, la sala si ricompone e il divertimento provocato da alcune scene caricaturali lascia il posto ad un confronto tra i presenti che viene introdotto da un interrogativo comune “Perché i ricercatori universitari sono precari?” Una domanda accolta dal Prof.re Gennaro Avallone e dal Prof.re Diego Barletta a cui rispondono ricordando innanzitutto il momento in cui la figura è stata introdotta in Italia. Il ricercatore universitario, infatti, nasce nel 1980 ad opera di una riforma universitaria che ne permette la stabilità economica attraverso un contratto a tempo indeterminato. Si sviluppa, da questo momento, anche il dottorato di ricerca che, però, qui, non è valorizzato come negli altri paesi europei. Basti pensare che all’estero “Dott.re” è un titolo usato solo per chi fa ricerca e non per chiunque si laurei. “Con successive riforme – spiegano i docenti – il ricercatore è passato dal disporre di un contratto a tempo indeterminato ad averne uno a tempo determinato”. È da qui che inizia la sua precarietà, sebbene, tuttavia, questa sia solo l’apice di quella generale in cui versano la ricerca e l’università.

Arriva, allora, dal pubblico una domanda di una studentessa: “Ma cosa significa fare ricerca?”. “Fare ricerca vuol dire provare a produrre conoscenze nuove nella propria disciplina a partire da quelle già acquisite” spiegano i docenti. I progressi raggiunti possono essere condivisi con altri esperti del settore attraverso delle pubblicazioni. Mentre per i meno esperti è presente lo strumento della divulgazione, ossia elaborati costruiti in modo semplice e accessibile per consentire la diffusione dei lavori. “Forse l’attività di divulgazione potrebbe aiutare ad avvicinare le persone alla ricerca?” I docenti rispondono affermativamente, specificando che, però, è anche piuttosto evidente l’assenza di uno spirito di massa che sostenga gli investimenti nella ricerca. “Ed è qualcosa di paradossale – specificano – in un società, come la nostra, che usufruisce ampiamente della tecnologia”. Al quesito finale su come sia possibile uscire da questo empasse, il Prof.re Gennaro Avallone risponde che è possibile farlo attraverso una buona programmazione della forza – lavoro richiesta all’interno delle università e col fine di fare ricerca non solo all’interno degli ambienti accademici, ma anche in quelli esterni.

La settimana edizione de La Macchia si conclude ritornando all’oggetto della prima proiezione, che è quello della comunicazione, perché la ricerca per essere ben compresa e valorizzata va diffusa e soprattutto è importante conoscerne nel dettaglio i frutti, come la tecnologia. Ognuna delle proiezioni di questa edizione, ognuna delle pellicole proiettate, ha dimostrato di essere strettamente connessa alla società. La comunicazione è essenziale per un agglomerato di persone, le quali vogliono sentirsi accolte e non escluse, a causa della propria identità sessuale o perché sono semplicemente fuori dagli schemi e persino nella ricerca, nel più alto grado d’istruzione, le persone vogliono trovare piena espressione.
Perché poi è tutto lì: ogni uomo vuole soltanto sentirsi libero di essere ciò che è.

 

Antonella Maiorino

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