La Macchia 7.0: quali manicomi?

20 novembre 2017 di

Il 17 novembre 2017, tra i libri e i volumi della Biblioteca A. Santucci, si parlava di follia, quella componente oscura, sconosciuta e imprevedibile dell’animo umano. Serpeggia tra i presenti il dubbio, la perplessità, il vocabolario li abbandona, la padronanza linguistica lascia il posto alla confusione. Che cos’è la follia? Dov’è? È dei pazzi, dei “malati”, di quei matti che sparano alla folla? “Avevamo in classe un ragazzo anormale”, dice qualcuno, “ma nessuno ci ha mai detto cosa avesse”.

Si è rivelato, questo venerdì 17, un giorno fortunato, perché se l’Università è un posto di scambio, cultura, confronto, o citando un articolo di Asinupress, “la fiammella dell’interesse, il dialogo incessante, la stupefazione per l’inedito”, è allora giusto sfruttarlo per parlare anche dei manicomi, i posti di cui non si discute mai. L’associazione Asinu propone per la seconda giornata del cineforum “La Macchia 7.0” la visione della pellicola “La pecora nera”, 2010, regia di Ascanio Celestini, tratta dal suo omonimo spettacolo teatrale sulle istituzioni manicomiali. Un pubblico attento, un po’ sorpreso, qualcuno si avvicina per sentire meglio, ma la colonna sonora non arriva: niente musica, tutti seguono il ritmo delle parole del protagonista della storia, Nicola, nato negli anni sessanta, “i favolosi anni sessanta” come gli ripete spesso il padre. Finisce in manicomio da bambino e si ritrova ancora lì dopo ben 35 anni, con le stesse persone e pochi aneddoti da raccontare: fa la spesa con la suora e mette a posto la cucina tra i suoi monologhi sull’ordine e il disordine. Ad un certo punto vive “un amore di un attimo” e tutto fuoriesce, niente più limiti, la vita gli scappa di mano.

Apre il dibattito Gaspare Dalia, docente di Diritto Processuale Penale Comparato presso l’Università degli Studi di Salerno, interrogandosi in primis sul tipo di struttura in cui è rinchiuso il protagonista: è un OPG, ospedale psichiatrico giudiziario? Probabilmente è una REMS, residenza per l’esecuzione di misure di sicurezza, ma cambia poco, poiché l’idea di “reclusione” rimane la stessa. “La suora” nota il Professore “non lascia mai una porta aperta, ogni volta che ne apre una chiude sempre la precedente, proprio come nelle carceri”. Misure di sicurezza? Riabilitazione? L’individuo è soltanto rinchiuso, senza alcuna possibilità di evolversi e di assaporare la realtà. “Dal 78, grazie alla legge Basaglia, l’Italia detiene un primato rispetto ad altri paesi per l’elaborazione di politiche di inclusione sociale nei confronti degli emarginati, ma a distanza di anni purtroppo non possiamo più considerarci dei precursori. In altri paesi dell’UE, nonostante abbiano una concezione antiquata dell’idea di manicomio, sono riusciti a riabilitare il soggetto grazie alla preparazione della società”.

Il dato proposto dal docente ha scatenato tra i presenti una produzione incessante di aneddoti ed esperienze: “Gli insegnanti di sostegno non sono preparati”, “lo definivano un ragazzo particolare, ma era completamente abbandonato a sé stesso”, “noi non sapevamo cosa fare, alla fine le abbiamo insegnato a relazionarsi, a contare i soldi, a dare il resto”. Forse gli esclusi siamo noi, impauriti da una società che non contempla alcun tipo di differenza. Un problema, nel momento in cui si manifesta, viene disintegrato dal silenzio. La follia vive, ma si dissolve nel non detto, nel non riconosciuto. Non la comprendiamo, preferiamo che sparisca. C’è un’unica canzone ad accompagnare il film, una vecchia e inquietante filastrocca cantata dalle madri di un tempo per punire le marachelle dei bambini: “io che t’ho fatto, ti disfo, come ti ho fatto ti disfo”.

Faccio e disfo, perché non voglio più vedere.

Maria Vittoria Santoro