La paura: venti euro

12 ottobre 2017 di

Ho lavorato per 15 anni all’Unisa. Entrai come responsabile di cantiere per una delle 4 aziende ATI (associazione temporanea di impresa). Dopo qualche anno, essendo in dolce attesa, mi astenni dal lavoro (percependo solo il 30% dello stipendio) e nel frattempo subentrò la Fisciano Sviluppo. Rientrai in servizio, feci presente all’azienda entrante quella che era la mia mansione, ma a loro poco importava. Non erano interessati al fatto che avevo una laurea, che conoscevo le persone e l’università come le mie tasche. Forse ero solo donna, e loro hanno preferito trattare con gli uomini. Potevo restare a lavorare, ma solo come operaia. Con la nuova azienda sapete tutti com’è andata a finire, ovviamente anche in questo caso si è trattato con gli uomini. 

Con il nuovo regime di appalto, per più di un anno ho portato avanti con le colleghe ogni tipo di azione volta a migliorare le nostre condizioni: siamo arrivate a scrivere al papa, siamo finite sui giornali, in televisione. Ora intratteniamo contatti con la consigliera regionale per la parità e tentiamo di costruire una piattaforma comune che coinvolga tutti i lavoratori del campus, anzi tutti coloro che “vivono” il campus. Sono passati quindici anni all’Unisa, quindici anni tra il bello e il cattivo tempo, quindici anni di burle e scherzi… quante ne abbiamo combinate insieme. Anche le colleghe più anziane ridevano. Prima si lavorava in maniera serena, l’ateneo era più pulito, ognuna di noi aveva sempre portato a termine i propri compiti. Se c’era un’emergenza, insieme ci aiutavamo l’una con l’altra, se qualche collega aveva bisogno di aiuto, la si raggiungeva per far sì che i reparti non restassero scoperti.

L’ultimo lunedì di settembre ho avuto quindici minuti per decidere se restare o andare, quindici minuti per un sì o un no. Già, quindici minuti, troppo pochi per ripercorrere quindici anni di lavoro. Ci ho provato, ma vedevo scorrere solo i quindici mesi fatti con la nuova azienda, senza riuscire a vedere i sorrisi delle mie colleghe in tutti i quattordici anni precedenti. Più di un anno di lotte, bestemmie, speranze, incazzature, ma anche di momenti di crescita. Mai in tanti anni si era visto tanto fermento. Mai nessuno aveva presieduto ad un tavolo tecnico, mai nessuno aveva avanzato richieste al Consiglio d’Amministrazione, allo stesso Rettore, inviato mail di dissenso alla Fondazione. Mai nessuno aveva deciso di esprimere liberamente il proprio pensiero. Credo fermamente che in tutti questi anni nessuna di queste donne abbia mai fatto così tanto per la propria dignità. Io ho fatto delle scelte che gli altri hanno definito coraggiose. Credo volessero dire altro, dirmi che solo un idiota farebbe quello che ho fatto io. Ma io l’ho fatto.

Un cambiamento può fare paura, diventare un pericolo, soprattutto se è grande e, di conseguenza, investe anche gli altri, direttamente o indirettamente. Chiunque sarà coinvolto non ti dirà mai “brava, fallo”. Sarà spaventato, e agirà di conseguenza. Cambiare lavoro a 43 anni è complicato, siamo offuscati dalla quotidianità, dall’abitudine, dalla rassegnazione. Cambiare è difficile, specie se gli “altri” ti dicono “beata te, che almeno un lavoro ce l’hai, che hai un contratto a tempo indeterminato, che prendi qualcosa di soldi a fine mese, che…”.
Ma io non ero felice, e gli altri non erano in grado di vederlo. Se qualcuno lo definiva “lavoro”, io lo definisco sfruttamento. Quindici anni, quindici mesi, ma mi sono bastati quindici minuti per dare le dimissioni. A proposito, quasi dimenticavo: mi sono costate venti euro. Si paga anche per quello.

Venti euro e ti passa la paura. Sì, perché non solo i contratti a tempo determinato sono lavori sotto ricatto, ma anche quelli a tempo indeterminato. A conti fatti al netto, ho dovuto lavorare un giorno all’Unisa solo per dimettermi. Un giorno speso bene. Perché poi di questo sto parlando.

#unisakeamarezza

 

Angela Santorelli

Articoli Simili

Tags

Condividi