La rivoluzione di genere è su National Geographic

13 gennaio 2017 di

È necessario affermare che il soggetto, in ogni sua forma e ambizione, in qualsiasi piacere come in dispiacere si profila dentro una cultura che non solo lo identifica ma persino gli permette di coincidere con essa. Ci si priverà, tuttavia, di disseppellire le teorie dell’antropologo Claude Lévi-Strauss o del filosofo Michel Foucault sui rapporti tra la natura di un individuo e quelli della società in cui, spesso suo malgrado, viene generato. La sua identità risulta dunque una costruzione faticosa in un percorso irto di ostacoli. Certo, la tirannide culturale è inavvertita, subita inconsciamente e patrocinata persino, proprio in quanto capace di costituire un (semplice) mezzo per il riconoscimento dell’individuo dentro la comunità sociale d’appartenenza.

Cos’è, a tal punto, un soggetto umano? Cosa lo rende tale, quale elemento lo distingue eppure lo avvicina così pericolosamente ai suoi simili? Egli è, forse, il suo apparato bio-fisico, il debole agglomerato di organi che distrattamente è condotto dalla vita? Se non è che questo, allora i confini che la natura impone non possono che essere onorati con il dovuto riguardo: combatterli risulterebbe sacrilegio, significherebbe squarciare da sé la propria unica identità, sebbene misera, e prendere il posto del Nulla. Risulta, dunque, oltre che utile, necessario il numero del mensile National Geographic in edicola dal 3 gennaio 2017 dall’eloquente titolo di “Gender. La rivoluzione”. L’individuo, si riconosce anche fuori dalle proprie barricate più brutalmente materiali, avvolto da un universo psichico la cui rilevanza è di non minor peso rispetto a quella dell’apparato fisico. Si abbandoni per un attimo Descartes e la netta, quanto dettata da una lettura semplicistica, divisione tra Corpo e Anima: sono le scienze (mai, noialtri, abbiamo smesso di essere così positivisti in materia medico-scientifica) a dimostrare quanto le due nature si co-implichino nell’intero discorso sull’uomo. A volte, ciò che la psiche avverte, è un’alienazione dell’identità rispetto ai vincoli della natura, alla quale è culturalmente garantito il primato di conformare ciò che si definisce normale (a tal proposito giova il saggio di George Canguilhem Il normale e il patologico). Tale alienazione diviene dunque una sovversione proprio contro il normale, inconscio tentativo di confliggere contro di esso. L’omosessuale non si conforma a quella natura che vorrebbe insieme due individui come automi pronti a ingrassare la società con nuova prole; il transgender estirpa da sé l’elemento materiale per mezzo di cui è adeguato a un genere che non riconosce come proprio; l’androgino congiura contro l’espressione di genere del luogo in cui gli è dato di nascere.

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“Oggi il tema dell’identità di genere” afferma nell’editoriale il direttore del periodico Marco Cattaneo “è all’ordine del giorno. Soprattutto negli Stati Uniti […] mentre da noi viene troppo spesso liquidato con dogmatismo o moralismo”. Attraverso notevole trasporto si osservano diversi agglomerati sociali, pure lontani, come quelli del Kenya o del Giappone, e se ne descrive le relazioni con l’identità di genere. Come si costruisce, ad esempio, la virilità in Ucraina? E come la patinata femminilità americana? Da segnalare, in appendice, un glossario ragionato delle parole di genere, poiché è proprio attraverso le parole che si ha miglior conoscenza dell’altro. È in tal modo che il giornalismo può farsi umano: raccontando le storie degli uomini, strappandoli alla propria singolarità e lasciando che dalla loro memoria si produca una narrazione. Sia d’esempio la vicenda di Trinity Xavier Skeye, reclusa per i primi quattro anni della propria vita in un corpo da maschietto; oppure quella di Hunter Keith, che ha deciso per sé un corpo non più femminile.

Dietro l’opinione si nasconde spesso un mancato riconoscimento dell’altro alla sfera dell’umano, lo si de-umanizza. Per tale motivo è necessaria pubblicazione di questo numero monografico, tanto più perché di una rivista ampiamente distribuita: per riconoscere l’uomo.

Antonio Iannone