La società ultracivile  

12 dicembre 2016 di

Venerdì, fine giugno 1969. Una mano che tiene per il collo l’identità nella forma di una bottiglia colpisce il volto austero di un poliziotto. Alla mano segue un braccio che delinea il corpo d’una ragazza: Sylvie Rivera, la transessuale che il mito pone a capo delle rivolte di Stonewall con cui si apre quel conflitto positivo per la libertà sessuale che ancora sembra sopravvivere contro certi arcaismi. La sovversione è in ogni caso ciò che di positivo sopravvive al negativo, la prova di forza contro l’esperienza del reale.   

Civilmente unita, grazie all’approvazione del ddl Cirinnà, pur dopo numerose revisioni e censure, una coppia omosessuale può ormai contrarre l’intera pletora di diritti, civili anch’essi, e consolidare, sotto lo sguardo austero dello Stato, la propria relazione amorosa altrimenti clandestina. È ambiguo, il significato del termine normale: esso rappresenta difatti ciò che è soggetto a una regola che lo precede, regola, se non istituzionale, etica almeno, la quale abita tanto i luoghi dell’accoglienza quanto quelli della reclusione; eppure non si potrebbe descrivere alcuna norma se essa non risultasse delineata dentro lo spazio collettivo del normale. È la società civile a confliggere con un’altra civiltà, quella politico-istituzionale che nello spazio del dialogo democratico misura la distribuzione dei diritti. Molte forze lavorano, soprattutto nell’ultimo periodo, per un’opera di normalizzazione di ciò che è tradizionalmente il patologico, l’inversione alla norma, la sua sovversione peccaminosa. La storia dell’omosessualità è narrazione cruda di censura e reclusione tanto morale quanto corporea, dove il tentativo è di una giusta omologazione sociale.

Come comportarsi dunque al cospetto di una storia che almeno in termini di società civile reclude e castiga e di un governo che, sebbene solo in parte, approva? Tentare un travestimento dell’elemento fuori norma, l’omosessualità, dietro le vesti del consueto. La questione si presenta allora sibillina: che sia territorio poco adatto, quello dello spettacolare mercato del nulla, a ospitare e presentare il principio di una civiltà inedita?  Lo stesso teatro del cattivo gusto dove il dialogo con i sentimenti è più che minuto, la costituzione della norma si innesta nei dispositivi della piccola quotidianità. Un bacio tra uomini è una perversione della coppia eterosessuale, storicamente accettata nel mondo? Certamente no, gentile casalinga di Treviso (per citare una creazione di Nanni Moretti), osserva: lo stesso salotto per cui il sentimento amoroso è nient’altro che un’equazione matematica di colloqui e ammiccamenti, ne presenta uno appena dopo pranzo; e quel medesimo contenitore che ha dedicato un intero speciale al Santissimo Giubileo di Papa Francesco prevede in palinsesto la trasmissione del coronamento di un amore tra due signore sotto benedizione del sindaco. Questo il doppio movimento di cui sembra preda la normalità: il luogo della consuetudine e quello della mediocrità coincidono.  Non solo la legge, dunque, bensì anche altre forze, per così dire, mediatiche: salotti televisivi, reportage di prima serata, discussioni a viso aperto, utopiche, sino a un passato piuttosto recente.

Appare quasi fuor d’interesse quanto nobili si presentino i fini con cui è compiuta l’opera di normalizzazione. Che sia per uno sviluppo quantitativo del pubblico osservante invece che per desiderio incondizionato di civiltà? Poco importa: la consuetudine rende liberi. 

Antonio Iannone