La svolta vuota

7 luglio 2014 di

Nello scorso articolo avevamo riportato la presunta svolta nella mentalità del FMI riguardo le politiche austere portate avanti dai Paesi europei negli ultimi anni, cambio di mentalità palesato più volte dal Premier Mattero Renzi che si atteggia a salvatore dell’economia italiana per il fatto di aver strappato un patto di flessibilità sulle riforme alla Cancelliera Angela Merkel. Le dichiarazioni sul Financial Times del ministro delle Finanze tedesco, Wolfgang Schauble, smentiscono gli slogan di vittoria renziani sostenendo che: In Europa, non ho sentito questa richiesta, né dal Primo Ministro italiano né da nessun altro e inoltre il Ministro Padoan ha affermato: “La flessibilità già c’è, bisogna usarla al meglio. Non servono nuove regole ma bisogna usare al meglio quelle esistenti” (Ansa). Dal vertice europeo ne deriva un quadro molto confuso, insomma questa flessibilità c’è? l’ha conquistata Renzi? Era già prevista?

Partiamo da quello che sappiamo di certo. Sappiamo che alla presidenza della Commissione europea è stato nominato il popolare lussemburghese Jean Claude Juncker in relazione al quale il premier ha dichiarato: “Ho votato Juncker perché il suo nome era legato a un documento, a un accordo politico ben preciso focalizzato sulla crescita e la flessibilità” (La Repubblica).CE (1)

Sfogliando il Manifesto redatto a marzo sulle priorità del Partito Popolare Europeo di Juncker la seconda proposta, economia e lavoro, riporta queste parole : “Per noi, una maggiore spesa pubblica non è la risposta; rifiutiamo spese sconsiderate dei soldi dei contribuenti. Abbiamo bisogno di stimolare la produzione industriale, l’imprenditorialità e l’innovazione, in particolare nel settore digitale, collaborando con il settore privato e sostenendo le PMI“. Tradotto vuol dire che l’Europa e chi da pochi mesi ne è a capo non volta pagina. Si continua sulla stessa strada, la crescita la si persegue privatizzando (sempre che funzioni), il ruolo dello Stato continua ad essere marginale e non può influire nell’economia del Paese se non tagliando e tassando perché di immettere soldi pubblici nell’economia non se ne parla. Soprattutto, le ultime stime del PIL da parte dell’Istat lo vogliono variabile “in un intervallo compreso tra -0,1% e +0,3%” stime che porterebbero ad una probabile correzione delle entrate nel prossimo autunno. Viene da chiedersi di cosa stia parlando il nostro Presidente del Consiglio in questi giorni, egli sbandiera una vittoria che ai fatti appare vuota, figlia di una svolta solo semantica e comunicativa senza nessuna delle conseguenze promesse. Vendessero Enel, Eni, FS, RAI, Finmeccanica, le spiagge, le isole, il Colosseo, chiudessero le università pubbliche e gli ospedali e quando nessuno risulterà più a libro paga dello Stato allora avremo sicuramente un debito azzerato e il bilancio in attivo, ma in che tipo di Paese ci troveremo? Un Paese che preleva dalle tasche dei cittadini un quantitativo monetario che non viene ritrasferito sotto forma di servizi alla collettività i quali vengono affidati all’iniziativa privata. Semmai giungesse quel momento, ci sarebbe prima un periodo in cui la disoccupazione crescerebbe esponenzialmente trascinando la i cittadini nella povertà, vedi Grecia.

Antonio Nudo