Legge di stabilità 2015: uno sguardo

28 ottobre 2014 di

La legge di stabilità che permette al Paese di ripartire è andata, va bene anche all’Europa” ha commentato Matteo Renzi di ritorno dal vertice di Bruxelles. L’ennesima legge di stabilità con cui si promette crescita e prosperità negli anni a venire questa volta vale 36,2 miliardi di euro (con un saldo in deficit di 10,5 miliardi) e si basa sull’impatto delle riforme attuate e da attuare, prevedendo una crescita del Pil dello 0,6% nel 2015 e 1,4% nel 2018 (Lo scorso anno Letta prevedeva una crescita dell’1% per il 2014). All’interno del documento presentato all’UE sono citate le riforme che dovranno essere portate avanti nei prossimi mesi per permettere al nostro Paese di ripartire: riforma della giustizia per aumentarne l’efficienza, facilitazioni per l’accesso ai capitali, semplificazione del sistema fiscale e riduzione delle imposte, inoltre la riforma del lavoro, strettamente collegata a quella dell’istruzione. Si sostiene che queste “permetteranno un rafforzamento della flessibilità, della resistenza alle crisi e della capacità di generare crescita e occupazione”; inoltre viene comunicato, più che richiesto, che il raggiungimento del pareggio di bilancio sarà rimandato al 2017.

Descrizione 80€

Risulta impossibile se non molto riduttivo elencare in un solo articolo tutte le voci di entrata e di uscita della legge di stabilità, ma è giusto soffermarsi su alcune. Il bonus Irpef, che viene stabilizzato con uno stanziamento di 9,5 miliardi di euro, (come espresso dalla TABLE II.1-12 a pag 14) otterrà la sua copertura dalla spending review su comuni, province, ministeri e soprattutto regioni, molte delle quali non se la passano granché bene (pag.15 e 16). Molto interessante il Taglio all’Irap, imposta a carico delle imprese calcolata sul fatturato, che quindi va ad alleggerire il carico fiscale sopportato da queste ultime, giustissimo! Quello che mi preoccupa è che tale imposta (all’art. 38 del dl. 15 dicembre 1997 n.446) è destinata per il 90% del gettito al finanziamento del fondo sanitario nazionale e non è prevista una voce di spesa compensativa! Possiamo continuare con il “Piano buona scuola” per cui è previsto 1 miliardo di euro che per alcuni viene sottratto ai fondi per università e ricerca. In effetti la tabella a pagina 13, alla voce “istruzione”, contiene queste parole “Si stima un calo della spesa in istruzione dello 0,3% del Pil dal 2010 al 2015“, nonostante l’inserimento del miliardo del piano buona scuola. Molto esplicativa la relazione illustrativa del DDL stabilità che all’articolo 28 della sezione 3, in cui si indica la razionalizzazione di spesa sui ministeri, recita:

  • Comma 1: la norma, al fine di concorrere agli obiettivi di finanza pubblica, prevede la riduzione degli stanziamenti destinati alle misure nazionali in materia di istruzione
  • Comma 16riduzione di 34 milioni di euro del Fondo per il finanziamento ordinario delle Università (FFO) per il 2015 e di 32 milioni di euro per ciascuno degli anni dal 2016 al 2022
  • Comma 21: riduzione di 42 milioni di euro a decorrere dall’anno 2015 delle disponibilità iscritte nel Fondo ordinario per gli Enti e le Istituzioni di ricerca (FOE)

Dati che dovrebbero far riflettere noi che viviamo ogni giorno l’università, in quanto questi tagli sommati a quelli alle regioni, non avranno certo benefici sul nostro sistema di trasporti, già di per se molto precario, sulle concessioni di borse di studio e non solo, infatti nello stesso ambito calano i fondi per disabili e per i comodati d’uso dei libri scolastici.

 In conclusione al documento Padoan fa un appunto metodologico all’Europa (approfondito qui) che è sicuramente uno dei pochi pregi di questa legge. Le politiche di bilancio e il rientro previsto per il 2017 si basano sulla stima del Pil potenziale che il nostro Ministro dell’economia ritiene incerto perché condizionato da metodi statistici che accentuano l’intensità di un momento recessivo tenendo troppo conto della ciclicità. Afferma, quindi, che sarebbe più giusto attribuire valori meno estremi al calo del Pil post-crisi (dal -0,2% delle stime ufficiali ad uno 0,4% prudenziale), valori che mostrerebbero come il pareggio di bilancio si sia raggiunto già nel 2012 senza il bisogno di altra austerità (grafico). Si mette in dubbio una grossa fetta di metodi di analisi e di valutazione delle economie nazionali adottate dall’UE, ma non solo, si criticano gli ultimi anni di rientro forzato dal debito che secondo parametri diversi si sarebbe già raggiunto.

Infine va detto che Bruxelles ci ha tenuto a fare un appunto a questa legge tramite una lettera del vice-presidente della commissione europea Jyrki Katainen nella quale richiede spiegazioni in merito all’eccessivo sforamento del deficit, alla stessa Padoan ha risposto illustrando un ulteriore pacchetto con un aggiustamento dello 0,3% del Pil (4,5 miliardi in più), sottolineando la particolare situazione del momento e il rischio di una deflazione che non va sottovalutato o peggiorato con ulteriori diminuzioni di domanda aggregata. Dicono che con questa legge l’economia dovrebbe finalmente ripartire, limitando l’istruzione, flessibilizzando il lavoro, ignorando le parti sociali e sgravando un po’ la tassazione sulle imprese; i conti li faremo alla fine.

Antonio Nudo

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