Lettera dal fronte: la guerra è nella testa

16 luglio 2015 di

Mentre la cultura dell’odio dilaga, in un mondo dove il perbenismo domina e l’ipocrisia cela dietro strati di luoghi comune la radicata paura del diverso, intanto che lo sconosciuto viene allontanato, e lasciamo che tutto ci diventi nemico, il passato lancia l’ancora ed insegna.

Janet, sorella cara, sono le due del mattino e la maggior parte degli uomini dormono nelle loro buche, ma io non posso addormentarmi se prima non ti scrivo dei meravigliosi avvenimenti della vigilia di Natale. In verità, ciò che è avvenuto è quasi una fiaba, e se non l’avessi visto coi miei occhi non ci crederei. Prova a immaginare: mentre tu e la famiglia cantavate gli inni davanti al focolare a Londra, io ho fatto lo stesso con i soldati nemici qui nei campi di battaglia di Francia!

Siamo nel 1914 e chi scrive è un soldato inglese. L’anno sta per finire. Ormai è Natale. Riuscite ad immaginarlo il Natale per un soldato al fronte?

Le prime battaglie hanno fatto tanti morti, che entrambe le parti si sono trincerate, in attesa dei rincalzi. Sicché per lo più siamo rimasti nelle trincee ad aspettare. Ma che attesa tremenda! Ci aspettiamo ogni momento che un obice d’artiglieria ci cada addosso, ammazzando e mutilando uomini.

Ricordo i miei Natali passati in famiglia, e le battute fastidiose di parenti un po’ più in là con l’età, che puntualmente ironizzavano sull’ipotesi che quello fosse il loro ultimo Natale. Immagino un soldato al fronte e il dubbio legittimo di star vivendo l’ultimo minuto. Cosa si prova a non sapere se quello è l’ultimo sguardo che stiamo dando al mondo? Come si convive con il timore che l’ultimo gesto lento della nostra mano ferita potrà sfiorare solo un’arma, e non il collo, la schiena, gli zigomi di chi amiamo senza riserva?

Ieri mattina, la vigilia, abbiamo avuto la nostra prima gelata. Benché infreddoliti l’abbiamo salutata con gioia, perché almeno ha indurito il fango. Durante la giornata ci sono stati scambi di fucileria. Ma quando la sera è scesa sulla vigilia, la sparatoria ha smesso interamente. Il nostro primo silenzio totale da mesi! Speravamo che promettesse una festa tranquilla, ma non ci contavamo.

Se qualcuno riuscisse a fotografare un lampo, credo che guardando lo scatto, io sentirei il tuono. Il silenzio è rumoroso se ti aspetti il baccano. La guerra era iniziata da mesi e gli spari scandivano i secondi. Il silenzio è sceso il 24 dicembre, come a voler fare un regalo di Natale a tutti.

Di colpo un camerata mi scuote e mi grida: Vieni a vedere! Vieni a vedere cosa fanno i tedeschi! Ho preso il fucile, sono andato alla trincea e, con cautela, ho alzato la testa sopra i sacchetti di sabbia. Non ho mai creduto di poter vedere una cosa più strana e più commovente. Grappoli di piccole luci brillavano lungo tutta la linea tedesca, a destra e a sinistra, a perdita d’occhio. Che cos’è?, ho chiesto al compagno, e John ha risposto: ‘alberi di Natale!’

Era la guerra che si prendeva una pausa, la morte che faceva un passo indietro, l’odio che si addormentava.

‘Inglesi, uscite fuori!’, li abbiamo sentiti gridare, ‘voi non spara, noi non spara!’. Nella trincea ci siamo guardati non sapendo che fare. Poi uno ha gridato per scherzo: ‘venite fuori voi!’. Con nostro stupore, abbiamo visto due figure levarsi dalla trincea di fronte, scavalcare il filo spinato e avanzare allo scoperto. Uno di loro ha detto: ‘Manda ufficiale per parlamentare’. Ho visto uno dei nostri con il fucile puntato, e senza dubbio anche altri l’hanno fatto, ma il capitano ha gridato ‘non sparate!’. Poi s’è arrampicato fuori dalla trincea ed è andato incontro ai tedeschi a mezza strada. Li abbiamo sentiti parlare e pochi minuti dopo il capitano è tornato, con un sigaro tedesco in bocca! Nel frattempo gruppi di due o tre uomini uscivano dalle trincee e venivano verso di noi. Alcuni di noi sono usciti anch’essi e in pochi minuti eravamo nella terra di nessuno, stringendo le mani a uomini che avevamo cercato di ammazzare poche ore prima.

Quella del 1914 è conosciuta come “la tregua natalizia“, ma non credo abbia davvero qualcosa a che fare col Natale o con l’atmosfera, o che le luci di un abete possano riscaldare il cuore di una macchina da guerra. Io non credo che un soldato sia un po’ meno uomo e un po’ più arma. Credo piuttosto nella cattiva propaganda, nella pubblicità dell’odio, che nel 1914 come 100 anni dopo, dipinge di sfumature inquietanti il viso di chi non ci somiglia, tanto da convincerci che siamo legittimati nel togliergli la vita.

Mi chiedo fino a che punto i nostri giornali dicano la verità. Questi non sono i ‘barbari selvaggi’ di cui abbiamo tanto letto. Sono uomini con case e famiglie, paure e speranze e, sì, amor di patria. Insomma sono uomini come noi. Come hanno potuto indurci a credere altrimenti?

Vi ricorda nulla?
La leggenda delle streghe da bruciare vive. La convinzione folle della supremazia ariana. Il luogo comune dell’immigrato che ci ruba il lavoro. La paura che Islam voglia dire sempre e solo terrorismo.
Paradossale che in fondo a tutto il nostro perbenismo, siano ancora sotterrate tutte queste guerre, e che da una lettera di guerra invece, ci venga insegnata tutta questa pace.

 

Valentina Comiato

QUI IL TESTO COMPLETO DELLA LETTERA