Migrare nelle fognature dell’Unione

5 aprile 2016 di

Si può morire di speranza? 7681 persone non potranno più rispondere a questa domanda. Sono i morti e dispersi nel Mediterraneo tra il gennaio 2014 e il febbraio 2016. Quasi ottomila individui che avrebbero affermato “no”. Perché non ti puoi aspettare che non la guerra, non le bombe, non la fame, ma il mare ti uccida. Non puoi pensare che quello a cui stai andando incontro sia peggiore del mondo devastato che ti stai lasciando alle spalle.

Nel corso del 2015 oltre un milione di migranti è salito a bordo di un barcone per approdare sulle invitanti coste europee. Solo nei primi mesi di quest’anno gli sbarchi contano in media 2mila ingressi al giorno, il 15% in più dei flussi riscontrati nello stesso periodo dello scorso anno. Persone con le schegge nelle mani. Da numerosi paesi mediorientali in 150mila nel 2015 hanno percorso la rotta libica per arrivare a Lampedusa, la terra promessa italiana; molti di più sono approdati in Turchia verso la Grecia (800mila), per risalire- attraverso la cosiddetta rotta balcanica- un’Europa che in Ungheria ha inciso il suo primo messaggio di “welcome home”, erigendo un muro.

L’Europa delle barricate, emblema di un’unione di Paesi costruita su ideali di cartone e interessi di ferro. L’Europa della libera  circolazione delle persone finché conviene, del trattato di Schengen con la clausola del ripristino delle frontiere nel caso di minacce gravi per l’ordine pubblico e la sicurezza, in questo caso il più grande esercito migratorio mai esistito. Un esercito che ha per stendardo le toppe di decine di bandiere, composto per lo più da siriani, iracheni, afghani, ma anche kosovari, albanesi, pachistani, eritrei; disperati che fuggono dalla guerra, ma anche migranti economici, persone che sfidano la sorte per veder realizzato il sogno di una vita migliore. Approdano per lo più in Grecia- 124mila migranti solo tra gennaio e febbraio 2016, soprattutto siriani e afghani- e lì restano intrappolati, guardando la speranza allontanarsi da dietro il filo spinato che delinea la chiusura della rotta dei Balcani.

Perché tra questi molti sono clandestini. Immigrati irregolari di cui gli stati dell’Unione non possono e vogliono farsi carico. Da qui l’Ue-Turkey Statement, l’accordo entrato in vigore lo scorso 20 marzo tra l’Unione e la Turchia, che ha l’ambizioso obiettivo di gestire l’emergenza migratoria, esaminando singolarmente le domande dei richiedenti asilo giunti in Grecia e rispedendo al mittente (la Turchia) coloro che non risulteranno idonei allo status di rifugiato e coloro che non presenteranno domanda. Per ogni irregolare rispedito in Turchia, un altro immigrato sarà reinsediato dalla stessa verso l’Ue. Il tutto, dicono, nel rispetto delle leggi internazionale e dell’Unione. E dei diritti umani.

Perché il diritto internazionale sia rispettato, alla Turchia è stato riconosciuto di fatto  lo status di “paese terzo sicuro”.

Posto che si prenda per buono che il paese di Erdogan, sempre più vicino all’annessione all’Ue, sia un “paese terzo sicuro”- la Turchia della guerra contro i curdi, degli attentati di Daesh, la Turchia che, come denuncia Amnesty International, fa versare i rifugiati in condizioni terribili, rimandando moltissimi direttamente in Siria e aprendo persino il fuoco contro chi cerca di attraversare la frontiera- quello che risulta ancora più oscuro è come i diritti dei richiedenti asilo possano essere davvero assicurati. Solo nel 2015 sono 1milione200mila i migranti che hanno fatto richiesta di protezione internazionale negli stati membri dell’Unione Europea, oltre il doppio dell’anno precedente. Alla fine del 2015, erano 922.800 domande di protezione internazionale negli Stati membri dell’Unione europea ancora pendenti, in fase di esame. Da oggi invece un apparato di decine di giudici, centinaia di pubblici ufficiali e 700 milioni di euro messi a disposizione della Grecia, dovranno riuscire a esaminare quotidianamente circa duemila richieste asilo, elaborando in pochi giorni una responso che fino ad ora ha richiesto anche più di un anno.

Sembra che un piano sgangherato sia meglio di nessun piano. Eppure qui, nella nauseabonda fognatura in cui è finito il politically correct, il motto europeo “united in diversity”, la solidarietà e il rispetto dei diritti umani sembrano in pericolo più che mai.

Martina Nacchio

Articoli Simili

Condividi