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Il 29 gennaio è morto il Presidente emerito della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro. Unanime il dolore e il giudizio del mondo politico italiano, un uomo probo, integerrimo, una figura guida che viene a mancare nelle coscienze di tutti. E’ bello vedere tanta concordia tra i rappresentanti dei vari partiti, in occasione almeno dei lutti e delle catastrofi.
Ironia a parte, il Presidente Scalfaro è passato alla storia come uno dei più strenui difensori della Costituzione e un garante a tempo pieno delle istituzioni. Persino gli attuali schieramenti di destra, che più di tutti hanno avversato Scalfaro soprattutto dopo il “ribaltone” del 1994, non hanno potuto che onorarne la memoria, limitandosi semplicemente a definire la sua presidenza come una delle più controverse, limitandosi a ricordare la sua “insolita” strategia politica, interventista, attiva, moralista.
Antifascista, anticomunista, fu membro dell’Assemblea Costituente, anche se dichiarò successivamente di non provare alcun interesse per la carriera politica. Ciononostante, ricoprì tutte e tre le maggiori cariche dello Stato. Guidò l’Italia ancora travagliata da Tangentopoli, dai cui torbidi umori non fu immune; accusato di abuso d’ufficio nella gestione di alcuni finanziamenti quando era Ministro dell’Interno, non fece tardare una rigida replica televisiva a reti unificate di cui è nota la famosa espressione: “A questo gioco al massacro, io non ci sto”. E non si trattò di un discorso ad personam, non si trattò di un tentativo estremo di autodifesa, come tanti se ne devono vedere oggi da parte di personalità in costante bisogno di giustificarsi. Il Presidente Scalfaro parlò prima in difesa delle istituzioni, prima in difesa dell’Italia repubblicana, e poi in difesa del suo ruolo. I fatti, in seguito, con l’arresto dei funzionari coinvolti nello scandalo SISDE e con la dichiarazione di estraneità alle accuse di Scalfaro da parte della Procura di Roma, sembrarono rendergli ragione.
Non fu perfetto, né amato da tutti. Ferreo moralista, attaccò verbalmente una donna in un ristorante poiché il suo abbigliamento fu ritenuto “sconveniente”. Ciò gli valse una querela per ingiurie, e il disprezzo di Totò, che lo definì villano e codardo. Fu deciso avversario dell’introduzione del divorzio, e sostenitore del referendum abrogativo in cui, tuttavia, prevalsero i “NO”.
Oggi lo si definirebbe bigotto, esagerato nella difesa del buon costume. Ma dinanzi al degrado cui assistiamo ogni giorno, in cui siamo immersi, e che ci viene proposto come “spettacolo”, forse non è il caso di fare gli schizzinosi. Fu quel suo rigore inamovibile che gli permise, tra luci e ombre, di assumere il ruolo di rappresentante della Repubblica non solo sulla carta, ma anche agli occhi dei cittadini.
In una delle ultime interviste rilasciate dichiarò: “Dobbiamo essere noi stessi nella democrazia, nella libertà, facendo spazio a noi stessi, eliminando le patologie che si inseriscono terribilmente. Le troviamo anche in casa nostra le patologie, bisogna essere spietati. Non c’e’ amnistia. Non arrendetevi mai, mai. Non esiste”. Così si rivolgeva in particolare ai giovani, ancora lucido alla sua età. Essere noi stessi nella democrazia, far fronte alle patologie che ben conosciamo, nessuna resa. Tutto questo, i giovani, se lo sentono ripetere in continuazione da anni. E non c’è mai stata resa, finora. E’ un discorso, questo che dovrebbe ispirare anche altre generazioni, e non solo quelle future.
Albio Scuotilancia








