Numero programmato: il no di Sebastiano Martelli

12 luglio 2016 di

Riguardo all’eventualità che il corso di studi in Lettere diventi a numero programmato, abbiamo intervistato il prof. Sebastiano Martelli, ex direttore del Dipsum e attualmente docente a Lingue oltre che delegato del Rettore alla Formazione degli Insegnanti.

Negli ultimi consigli didattici di Lettere si è parlato di introdurre l’accesso programmato al corso di laurea triennale. Qual è la sua posizione a riguardo?
Io credo che il numero programmato sia un rischio e che inoltre non sia necessario.  Sono abituato a guardare le cose in maniera realistica, senza preclusioni ideologiche né favorevoli né contrarie: a Lettere gli iscritti si aggirano annualmente attorno ai 300 e non è eccessivo, anzi penso che la ripresa degli immatricolati, finché ci muoviamo compatibilmente con disponibilità di aule, professori, laboratori ecc, sia positiva. Chiaramente se il numero impennasse, la situazione diventerebbe ingestibile. Ho invitato i miei colleghi a ragionare sul fatto che il quadro nazionale si sta sempre più complicando, perché stanno incalzando le università telematiche e se continua questo trend, Lettere che è in ripresa per quantità di immatricolati, potrebbe trovarsi con un numero di iscritti troppo esiguo con conseguente chiusura del corso di laurea.

Perché si è arrivati a considerare un provvedimento così drastico?
L’università si trova in difficoltà per la drastica diminuzione dei finanziamenti, e tra i diversi parametri penalizzanti, presi in considerazione dal Ministero per la ripartizione del FFO (Fondo di Finanziamento Ordinario), vi è anche il numero di fuoricorso. I colleghi ritengono che la causa del numero così alto di fuoricorso a Lettere (intorno al 25%) sia la mancanza di selezione a monte, per cui entrano tutti, anche quelli che non hanno né vocazione, né requisiti, né voglia.

Che alternativa propone al numero programmato?
Bisogna creare dei filtri, e se non li vogliamo creare a monte, bisogna creare in itinere delle condizioni, ad esempio i corsi di recupero. Però lo studente deve essere obbligato a seguirli. Quest’anno  abbiamo emanato dei bandi rivolti ai dottorandi per istituire questi corsi e gli studenti che li hanno frequentanti erano pochissimi.  Bisogna essere coerenti, altrimenti si inizia a vedere l’ingresso a Lettere come una benedizione che si dà a tutti. Se uno decide di laurearsi in Lettere la sua è una scelta e la laurea è importante, ma è più importante se qualificata, altrimenti non serve assolutamente a nulla.

Cosa pensa relativamente al metodo che l’università ha scelto per evitare il fuoricorso, vale a dire “Unisa premia il merito”?
Ho girato abbastanza, frequento gli Stati Uniti da trent’anni, conosco  la realtà al di fuori dell’Italia. Noi siamo il solo paese dove lo studente è di lungo corso perché in tutti gli altri paesi, se il corso è di tre anni, lo studente lo termina in tre anni e non in cinque, non in sei. Il sistema italiano è nato in maniera diversa e continua ad essere in maniera diversa. Ora, il problema qual è? Si era tentato ai tempi della riforma del ’97 ’98 di prevedere dei percorsi diversi  rispetto coloro che volevano fare il percorso in tempi normali. Percorsi basati su di una sorta di “patto” previsto nella vecchia legge. Poi è finita in maniera diversa. Il problema di “Unisa premia il merito” nasce dal parametro dell’ FFO, poiché il parametro premia le università che fanno laureare il più presto possibile gli studenti del corso normale. A questo punto l’università ha messo in campo il problema delle tasse. Non è che mi entusiasmi, dipende da come si vuole affrontare lo studio, se uno ha voglia di approfondire le cose e ha un progetto in testa, che è la cosa più importante, è chiaro che per lui questo metodo non funziona.

Letizia Pizzarelli