Piazza Indipendenza e la sicurezza percepita

25 agosto 2017 di

È forse fuor di modernità sostenere che a Roma, in piazza Indipendenza, una compagine di agenti ne ha sgomberata con violenza una di rifugiati? Ci sarà pure uno scampolo d’avvenimento da esperire, un evento pur minuto da interpretare: che si possa interpretare nient’altro che una vuota interpretazione? Sembrerà una prospettiva conservatrice, reazionaria forse, dove la stupefazione più grande si accorda a chi sostiene il totale annientamento dei fatti, eppure sembra proprio che questi abbiano luogo.

L’informazione, il cui titolo è ormai quello dell’annichilimento dell’analisi a favore della particellizzazione dell’opinione quando non della più bieca sottomissione, descrive tuttavia l’avvenimento con il solito sguardo. Ore 13.21, notiziario televisivo in onda su Rai2. <<C’è stata tensione durante lo sgombero di un centinaio di rifugiati che si erano accampati in una piazza>>. Come? I rifugiati si erano “accampati”? Forse che a causa dell’afa abbiano deciso di campeggiare tra le mura cittadine per godere a un tempo della libertà che sovente offrono i campeggi e delle comodità degli agglomerati urbani? Non è certo necessario citare Slavoj Žižek e la subdola produzione dell’ideologia, né per forza scrivere di una identità che sia prodotta fuori dall’individuo come proposta da Jean-Paul Sartre, ma sembra che l’utilizzo di un termine d’ozio collochi i rifugiati non già nella categoria delle vittime, ma in quella dei facinorosi che bivaccano mentre la città è da qualche giorno tornata a lavoro. Sono d’altronde non individui, bensì “un centinaio di rifugiati”, nulla più che una manciata. L’inquadratura del servizio presenta un uomo senza volto: sua la narrazione degli eventi, sua la manifestazione delle ecchimosi provocate dall’intervento delle forze dell’ordine. La voce del giornalista incalza: <<Hanno usato gli idranti, per sgomberarli dai giardini di piazza Indipendenza dove erano accampati da sabato scorso>>. L’assenza è anch’essa una presenza, non è vero? L’assenza d’un ragionevole chiarimento circa quel pigro vagabondare si manifesta quale distorsione degli avvenimenti. È invece di sabato 19 Agosto la notizia d’uno sgombero armato ai danni delle famiglie eritree le quali occupavano l’ex sede dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale. A seguito di tale intervento le vittime sono state costrette a restare in piazza.

Ancora, la voce del giornalista Rai afferma: <<Da quattro anni occupavano un palazzo di via Curtatone. “Le donne mostravano alcune bombole di gas dalle finestre”, accusano gli agenti>>. Terribile che qualcuno possegga in casa una bombola di gas e la esibisca persino in pubblico: bisognerebbe promuovere un decreto che contrassegni come pericoloso chiunque sia trovato in possesso di una bombola di gas e decida di esibirla. Donde un titolo del Corriere della Sera: <<Roma: sgombero in piazza Indipendenza, migranti lanciano dalle finestre bombole di gas contro gli agenti>>, corredato dal video d’un uomo che dalla finestra getta una bombola contro una strada vuota; dietro risuonano alcuni allarmi; la tensione è insopportabile. Notevole come la conseguenza di tale tensione causata dall’intervento armato degli agenti – la bombola lanciata dalla finestra – sia diventata la causa dell’intervento stesso.

<<Hanno permesso di soggiorno, i bambini vanno a scuola nel quartiere […] non vogliono abbandonare l’area e non accettano le proposte della prefettura: ottanta posti sparsi nei centri di accoglienza e in alcune villette del Reatino. Non vogliono essere divisi: chiedono un alloggio sicuro per tutti>>. “Non accettano le proposte della prefettura”: incontentabili, questi profughi. Ma come? Sono stati offerti loro ben “80 posti” in centri di accoglienza, addirittura “alcune villette”. Non basta loro poter fregiarsi di un posto-dove-stare, un po’ di lagrimevole compassione? Dovrebbero francamente ringraziare.

Un agglomerato sociale non patologico è quello che riesce a tener conto delle esigenze di chi lo abita. Utile in proposito l’intervento di Andrea Iacomini, portavoce di UNICEF Italia: <<I bambini vanno a scuola a Roma e molti degli adulti lavorano, segno di un percorso di integrazione ed emancipazione dal sistema di accoglienza che verrebbero interrotti di netto e non valorizzati, in particolare gli 80 posti SPRAR di cui si parla verrebbero sottratti ai nuovi arrivati titolari di protezione o in attesa di riconoscimento>>. I bambini, gli stessi accompagnati in questura dagli agenti, mentre gli adulti subivano violenza, scrive il citato Corriere rielaborando una notizia Ansa: <<Hanno preso alcune di noi per i capelli colpendole anche con i manganelli>>. Il servizio di Rai2 si conclude con un ragazzo eritreo che domanda a un impassibile benvestito “Ma dove sta il cuore?! Dove sta il cuore?!”. È noto che la maggior parte di coloro costretti a un solo telegiornale, una volta a casa dal lavoro, a un interrogativo del genere non possono che rispondere con un dissolvimento dei piccoli problemi morali a fronte degli immensi problemi economici.

Come pure non trascura il Ministro dell’Interno Marco Minniti, v’è differenza tra una sicurezza effettiva e una percepita. Bisognerebbe tuttavia analizzare le ragioni di tale differenza: la prima riguarda i fatti, quel nudo evento di cui si scriveva, la seconda, invece le interpretazioni. Il problema? È l’interpretazione mediale a produrre la seconda. Insomma, a quanto sembra questi eritrei sono facinorosi, pericolosi, schifiltosi. Chapeau alle forze dell’ordine.

Antonio Iannone

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