Quando avevo una macchina da scrivere…

19 gennaio 2016 di

C’era da fare più fatica. Imprimere le parole da qualche parte, all’epoca, era tutta un’altra storia. Non bastava che un dito sfiorasse un tasto, che lo accarezzasse, che si posasse leggero esercitando una pressione appena percettibile; ci dovevi mettere un po’ di rabbia nelle cose da dire. Ogni lettera faceva rumore e si sentiva fin dalle altre stanze. Baccano per altri, ma sollievo per me. Io che riconoscevo il diverso tono di ogni tasto come fosse un pianoforte: la A scricchiolava, la L aveva un suono quasi metallico e la C era più silenziosa delle altre. Si trattava di comporre una melodia.
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I fogli andavano posizionati con cura. L’idea era che i pensieri incasinati nella testa dovessero, almeno su carta, assumere la forma di una riga dritta. C’era da fare diversi tentativi prima che gli estremi della pagina bianca sembrassero perfettamente allineati. Dopo aver scritto un po’, però, ricominciavo ad avere l’impressione che le mie file di parole prendessero la traiettoria sbagliata, quella che ho spesso avuto l’impressione di prendere anch’io nella vita. Eppure ci siamo sempre somigliate poco io e le cose che ho scritto, per quanto impegno ci mettessi nel farmi bella quanto certe parole.

L’inchiostro si esauriva troppo in fretta. Durava più di una penna, ma non conosceva l’eternità di un computer. Era una sensazione strana vedere le lettere che lentamente sbiadivano, il nero che diventava grigio, e i polpastrelli che, a un certo punto, cominciavano a battere a vuoto. Ti restavano sospese un sacco di frasi, come restano sospese un sacco di cose quando di punto in bianco capisci che sono sfumate fino a svanire. Era tutto un po’ più precario, e quindi un po’ più reale.

Non c’era modo per salvare i pensieri in archivio. Una stampante automatica. Una pila di fogli che si accumulavano un po’ alla volta. Ricordo la prima cartellina nera che si è gonfiata di idiozie e di segreti. Ancora mi fissa.

Valentina Comiato