Rami secchi: un romanzo fallimentare

29 aprile 2017 di

La parola fallimentare” non è certamente riconducibile ad un fallimento personale, nello specifico, dell’autore Antonio Noviello. Si tratta del fallimento di una politica, di una visione “neoliberista” dove il mercato finanziario, in un mondo economico “globale”, favorisce l’impadronimento e il controllo dello Stato stesso da parte di lobby, multinazionali e cricche finanziarie che, privatizzando i profitti, tendono a far ricadere i costi e le perdite non solo sulle casse pubbliche, ma anche – scendendo un po’ più giù nelle gerarchie sociali – sulle teste dei singoli lavoratori. Credo, dunque, che questo “saggio” (non lo considero infatti un romanzo) possa avere differenti chiavi di lettura.

Fin dai primi capitoli sono stata colpita da quella che è la descrizione delle nuove regole del lavoro, prendendo a esempio proprio le agenzie interinali, le quali sembrano essere un “sotterfugio” politico con cui, attraverso il voto di scambio e la promessa di un lavoro, viene dato un maggiore potere decisionale alle agenzie stesse, le quali hanno un loro tornaconto economico che, ovviamente, ricade sempre sulle teste del lavoratore. Una politica che poi, successivamente nel saggio, viene ben descritta dalla figura tanto invocata di questo “viceministro”, capace di confezionare e benedire quegli accordi che portano sostanzialmente allo smantellamento del sito di Battipaglia, la Multinazionale dove l’autore lavorava. Nel testo, seguendo invece una lettura in chiave sociologica, si evidenziano molte diseguaglianze: disuguaglianze salariali intese come differenti tipologie di contratto, a tempo indeterminato o a tempo determinato; disuguaglianze che non favoriscono la socializzazione tra gruppi e che non hanno favorito nemmeno un consenso, o meglio una coscienza del sé, creando invece spaccature e divisioni.

rami secchiDivisioni sociali, dunque, ma anche separazione in gruppi anche a discapito di un senso di appartenenza, inteso come appartenenza non solo ad una stessa classe sociale, ma anche, più semplicemente, ad uno stesso luogo di lavoro. In tutto questo ci si chiede quale è stato il ruolo del sindacato, e quali siano le responsabilità che il sindacato stesso avrebbe dovuto avere in un momento di crisi economica: un sindacato abituato, o meglio, limitato o limitatosi, a fare “gestione del personale”, concertazione e accordi che, a tutt’oggi in tante realtà, non portano a miglioramenti delle condizioni lavorative. Sindacati che oggi non sono più in grado di gestire le nuove vertenze, anche perché – come nel caso della Multinazionale di cui scrive Antonio – le aziende sempre più spesso si trovano nella condizione di poter prendere decisioni senza ammettere repliche. In poche parole, un lavoratore dipendente nel giro di poche ore si può ritrovare da uno status di “risorsa attiva” ad uno status di “esubero”, senza poter veramente opporsi a un tale destino.

Antonio (come me) immagina di poter lottare, addirittura di poter occupare in stile anni ’70, ma purtroppo oggi vige un mantra, quello del “si salvi chi può”, il mantra di chi subisce la globalizzazione senza mettersi in discussione. L’autore sa, forse anche inconsciamente, che non c’è una coscienza del sé, né una coscienza di classe: manca anche quella che io definisco “coscienza di appartenenza”, intesa come riappropriazione dei propri spazi lavorativi, dello stesso luogo di lavoro. Purtroppo in tutti i luoghi di lavoro questa riappropriazione difficilmente può realizzarsi perché vige il “divide et impera”. Un “divide et impera” non solo dettato dall’azienda, nel caso specifico dalla Multinazionale, in quanto capitalista che sfrutta il lavoratore, ma un “divide et impera” dettato anche dai sindacati e, nel peggiore dei casi, dai lavoratori stessi, quasi ostili gli uni agli altri magari per via di contratti differenti o di ruoli differenti.

Molte volte questo “divide et impera” viene avallato e rafforzato dalla scarsa comunicazione tanto tra lavoratori, quanto – in modo assolutamente studiato – tra lavoratori e azienda. La disinformazione, infatti, rafforza il potere dell’azienda, una disinformazione ove possibile amplificata anche dai mezzi di informazione che, se ben “istruiti”, lasciano trapelare solo le informazioni volute, censurando tutto quello che risulta scomodo allo scopo della Multinazionale di turno. Antonio Noviello in questo libro non racconta la sua storia, racconta la mia storia, racconta la nostra storia, racconta la vostra storia; racconta il cambiamento del mondo del lavoro, il cambiamento dei rapporti tra la produzione e la domanda forsennata dei mercati globali che la politica italiana, l’economia italiana, non sono più in grado di governare; racconta di un Sud, di un territorio quale la Piana del Sele, in cui lo sfruttamento ancora oggi è pratica comune; racconta di come una multinazionale può smantellare, o meglio, negare i diritti di un lavoratore.

Nella postfazione di Maria Rosaria Nappa si evidenzia chiaramente lo scontro tra capitale e lavoro, scontro decisamente inevitabile che appartiene al quotidiano di ognuno di noi. E si sottolinea opportunamente che si tratta di un testo in cui l’autore non cerca i colpevoli di ciò che è avvenuto, ma allarga lo sguardo a una visione globale del mondo del lavoro. Un mondo velato, etichettato come “mondo-lavoro”, come se non riguardasse l’intero assetto della nostra società. Un mondo del lavoro che negli anni ’60 -’70 ha visto operai lottare, e addirittura morire perché chiedevano un lavoro. Oggi, noi tutti, di quel sangue versato quasi non ne ricordiamo il colore.

Angela Santorelli

  • Antonio{@}

    Grazie Angela. Poi ne parleremo dal vivo. Antonio