Revisionismo e dogmatismo

30 aprile 2014 di

Da qualche tempo a questa parte, l’Università degli studi di Salerno sta organizzando un ciclo di incontri sul tema Shoah, raccontare per ricordare. Ma se il ricordo del crimine resta sempre vivo nell’immaginario collettivo dei nostri giorni, il racconto ogni tanto sfocia nel ridicolo. E’ ciò che è accaduto mercoledì 16 aprile. Nell’Aula dei Consigli si è svolto uno spettacolo pietoso. Il programma prevedeva la presentazione del testo 1938-1945: L’industria di Caino a cura di Vincenzo Raimondo Greco, con la partecipazione di numerosi studenti. La banalità tocca vette difficilmente superabili: affermazioni del tipo “si parla di Shoah solo una volta all’anno” meriterebbero un caloroso applauso in una buona ricerca per la scuola media. D’altronde richiede un’ardita dose di coraggio definire il tema dell’Olocausto come un tema “poco mediatico e trattato raramente”.

Tralasciando il contenuto del testo arriviamo al clou della giornata. La seconda parte dell’incontro verte sulla figura di Giovanni Palatucci, personaggio sul quale negli ultimi anni si è scatenata una forte polemica.Palatucci nasce a Montella nel 1909, nipote del vescovo di Campagna Giuseppe Maria Palatucci, che sarà la principale fonte del mito che aleggia attorno a lui:  Palatucci avrebbe salvato negli anni trascorsi a Fiume (prima come responsabile dell’ ufficio stranieri e poi come questore) <<migliaia di israeliti>>.  La controversia, animata dal Centro Primo Levi e dal museo dell’Olocausto di  Washington, che vede come protagonista quello che venne poi nominato“Giusto tra le nazioni” mette in seria discussione  la sue presunte gesta eroiche . Palatucci sarebbe stato tutt’altro che il salvatore di migliaia di ebrei , ma avrebbe addirittura collaborato con la deportazione. C’è da aggiungere che un certo atteggiamento di non-collaborazione con la deportazione coatta era proprio del regime fascista, di cui, comunque, Palatucci era un esponente. Unico motivo del suo internamento a Dachau, dove morì nel 1945, non sarebbe stata la sua azione salvifica ma azioni di spionaggio filo-anglosassoni.  Immediatamente il moderatore Scotti si affretta a definire questa  tesi come una “speciosa idiozia” e affida la scarsissima platea alla conoscenza di Angelo Picariello. Pare un caso che a parlare della sua figura venga chiamato un giornalista dell’”Avvenire” (piccola malignità dei sottoscritti). Non ci vogliamo qui dilungare sulle varie ipotesi sulla figura del questore, che oscillano da santo a collaborazionista, arrivando a centrare il punto della questione: Angelo Picariello. Il “dotto” inizia la sua disamina partendo da lontano: Picariello comincia col parlare del rapporto fra Montella e un presunto miracolo di San Francesco. L’assenza quasi totale di fonti rende l’indagine indubbiamente non storica. La presunta ricostruzione storica  si basa nel suo momento fondativo sull’ essere “un buon cristiano”. Ascoltando le parole di Picariello,ci si interroga fortemente sul concetto di “buon senso”. Tutto il discorso folkloristico si basa sulle virtù cristiane del questore: Palatucci è una brava persona! Chi lo ha attaccato[1] non lo conosceva, papà si! Qui la scienza storica si suicida. Il discorso assume un connotato irritantemente campanilista condito da un risibile e medievale timore di Dio. I sottoscritti si alienano preferendo non intervenire. Le fonti citate da Picariello sono: il vescovo di Campagna, Giuseppe Maria Palatucci, zio dell’eroe[2]; Settimio Sorani, presidente della sezione romana della DELASEM; se stesso.

Qual è il problema scientifico-storico? E’ che la ricostruzione di Picariello non è minimamente considerabile come storica. Perché? Molto semplice, nessuna dimostrazione storico-scientifica sostiene l’indagine del Picariello ( il quale per l’occasione si traveste da storico visto che quelli invitati erano assenti). Persino il suo unico supporto, Settimio Sorani, viene usato per  rafforzare l’idea di un uomo che “agisce conformemente alla sua natura di buon cristiano”.  Qui i sottoscritti non intendono sostenere l’una o l’altra tesi storica, ma si intende contestare come l’indagine sia stata svolta. A ciò va aggiunta la già citata bassezza scientifica del livello dell’incontro colmo di banalità e intenti chiaramente agiografici, senza considerare che una reazione così incontrollata di una parte della componente cattolica rischia di avallare l’ipotesi di una “canonizzazione” del Palatucci[3], atta a nascondere l’ambiguità della chiesa cattolica e di papa Pio XII nei confronti del nazi-fascismo.  Tralasciamo qui gli imbarazzanti altri spunti, come ad esempio il furto dell’oro della corona serba da parte di Licio Gelli, le origini dell’aspirina, le presunte discendenze ebraiche di Eva Braun, templari e alieni, per arrivare alla conclusione.

Innanzitutto invitiamo gli organi competenti a prestare maggiore attenzione al contenuto dei convegni tenuti nel nostro ateneo, considerando lo spreco delle risorse che rischia di conseguirne, soprattutto notando che questi eventi “scientifici” attirano un pubblico che raramente supera una dozzina di unità. Per chiudere, vorremmo  parlare del concetto di aperturaal revisionismo. Chiaramente, non essendo presente neppure uno storico di professione (il professore Francesco Barra,invitato, non era presente), nessuno ha avuto cura di esporlo, se non in maniera banale e strumentale. Senza revisionismo non è possibile fare indagine storica. Senza revisionismo si resta inevitabilmente fermi su posizioni spesso dogmatiche e strumentali. Senza revisionismo non c’è memoria, non c’è racconto, non c’è ricordo.



[1]Picariello e Scotti durante tutto l’incontro fanno riferimento ad un “cattivo modo di fare storia” e attribuiscono l’insulto revisionista a quegli studiosi che negli ultimi anni hanno messo in discussione la figura dell’eroe. Citiamo, tra gli altri, Michele Sarfatti, Marco Coslovich, Luigi Parente e Francesco Saverio Festa.

[2] Questi appellativi riferiti a Palatucci non sono una presa di posizione da parte di chi scrive (che non ne sa abbastanza), ma semplicemente ciò che è emerso dalla lettura di parte del convegno.

[3] Ad essere sinceri bisogna far notare che la beatificazione del Palatucci è stata sospesa.

Alessio Lembo e Ilaria Vergineo