Sciopero degli esami: una voce fuori dal coro

16 agosto 2017 di

Esattamente una settimana fa vi abbiamo presentato un’intervista ad un docente di Giurisprudenza, Francesco Mancuso, riguardo alla sua decisione di prendere parte allo sciopero indetto dal Movimento per la Dignità della Docenza. Oggi vi proponiamo invece una voce fuori dal coro, quella del professore di Sociologia Urbana Gennaro Avallone, che ha mostrato recentemente alcune perplessità riguardanti le ragioni e le modalità della mobilitazione.

Circa 5.500 docenti hanno firmato un documento per lo sciopero degli esami indetto dal Movimento dichiarando di non richiedere un aumento di stipendio, ma che l’orologio della loro anzianità lavorativa riprenda a scorrere come quello degli altri lavoratori. Perché lei, da ricercatore, non ha aderito all’iniziativa?

Io non credo che gli scatti stipendiali siano la priorità, né da un punto di vista concreto, cioè rispetto ai problemi specifici dell’università, né da un punto di vista politico, cioè della capacità attraverso questa parola d’ordine di costruire alleanze all’interno del sistema universitario. Il tema, interessando soltanto una parte di questo sistema, non riesce ad aprire un dialogo con tutte le altre componenti che ne fanno parte. Io  penso che l’Università sia un bene comune, e in quanto bene comune riguardi in primis tutte le sue componenti, cioè tutte le persone che concorrono a produrre tale bene. Quali sono queste persone? Studenti e studentesse, ricercatori e ricercatrici, i docenti, il personale tecnico-amministrativo e tutto il personale dei servizi, anche se non a diretta dipendenza del ministero dell’Università (bar, pulizie, mensa, residenze). Bisognerebbe, dai primi di settembre, partire con una serie di assemblee, incontri, università per università, in cui si mettono insieme tutte le componenti, dal personale negli appalti fino agli strutturati, in maniera democratica, condivisa. Noi siamo specificamente in un Ateneo in cui il personale delle pulizie lavora per 350\400 euro al mese: chi più di loro sa che cosa significa definanziamento dell’Università? Chi più degli studenti un anno fuoricorso con tasse raddoppiate sa che cosa significa ridimensionamento del diritto allo studio?

Lei evidenzia una scarsa attenzione quindi al diritto allo studio e alla possibilità di fare ricerca. Fino ad un anno fa le Università del Sud-Italia, secondo il Sole 24 Ore, occupavano i posti più bassi della classifica per l’erogazione di borse studio. Cosa proporrebbe in riguardo a questa tematica e all’interno della sua personale visione di questa mobilitazione?

Riguardo lo sciopero dovrebbero esserci alcune parole d’ordine, e non sono tagli o scatti stipendiali. La prima è diritto allo studio: non deve più accadere che ci siano beneficiari senza borse. La seconda è un piano di assunzione di personale ricercatore: considerando il cospicuo numero di ricercatori che abbiamo perso negli ultimi anni, dobbiamo parlare di un piano di reclutamento che nel corso di cinque anni possa finanziare l’assunzione di almeno 20.000 tra ricercatori e docenti. La terza è l’unificazione delle figure di precariato nella ricerca: sono troppe, è sufficiente un’unica figura, quella che si forma attraverso la ricerca. Non ha senso avere tantissime figure, poiché crea competizione all’interno di questa categoria. Inoltre non deve esserci più un utilizzo ideologico funzionale al taglio dei finanziamenti della valutazione, perché la valutazione della ricerca e della didattica si utilizzano come strumenti per ridurre il finanziamento all’università, mentre invece il finanziamento deve essere garantito.

Eppure alcuni docenti sostengono che lo sciopero per i blocchi stipendiali possa in qualche modo beneficiare i giovani ricercatori, continuamente bistrattati per i tagli alla ricerca.

Da un punto di vista economico questo ragionamento è corretto, poiché perdendo gli scatti stipendiali noi perdiamo anche i contributi pensionistici, ma il problema che pongo è che negli ultimi 15 anni l’attacco al sistema universitario è stato talmente forte da aver messo in discussione la possibilità concreta di fare ricerca e buona docenza e didattica all’interno di queste università. Non credo che lo sblocco dei soli scatti sia sufficiente, ne beneficerebbero sì i giovani ricercatori, ma soltanto quelli che riescono ad entrare e in realtà dentro il sistema della docenza e della ricerca italiana non entra quasi più nessuno. Sfatiamo inoltre il mito del “ricercatore all’estero”: non tutte le persone possono permetterselo, all’estero non c’è il “paradiso terrestre”. Inoltre i ricercatori e le ricercatrici non sono “cervelli” che vivono cibandosi di ricerca, ma esseri umani con vite private e non è detto che possano rinunciarvi in virtù di un lavoro all’estero. Noi non possiamo andare verso quella direzione: l’università deve garantire diritto allo studio e ricerca come bene comune e non una sorta di liceo, neanche particolarmente qualificato, che “produce” laureati.

È d’obbligo allora volgere lo sguardo nello specifico verso l’UNISA, che oltre ad attuare un’assurda “politica di merito”, non tutela i propri dipendenti (basti pensare alla lotta delle addette e degli addetti alle pulizie). Questa protesta può coesistere con quella per la rivendicazione salariale di alcuni docenti?

In verità una parte dei docenti, dei ricercatori e delle ricercatrici che ad oggi ha dichiarato la propria adesione allo sciopero degli esami della sessione settembre-ottobre, ha sempre firmato tutte le richieste di sostegno alla mobilitazione del personale delle pulizie. Ciò evidenzia oggettivamente la consapevolezza, da parte di questi docenti, che entrambe le rivendicazioni debbano coesistere. Noi dobbiamo allora semplicemente chiedere a questi colleghi e a queste colleghe di introdurre la specifica questione degli scatti stipendiali in una mobilitazione generale, che si faccia portavoce di un’idea di università come bene comune. È evidente che l’esistenza di una divisione dei compiti tra Fondazione e Università crea un problema politico: nel momento in cui un’università decide di esternalizzare la gestione di servizi fondamentali per la vita quotidiana, rinuncia da una parte ad un elemento di democrazia. Dall’altra parte c’è il tema del lavoro: così come molto spesso la ricerca non viene considerata un impiego a tutti gli effetti (per assegnisti di ricerca e dottorandi non c’è il riconoscimento della disoccupazione), così anche il tema dei servizi all’interno dell’università. Nel momento in cui si afferma che chi realizza questi servizi non è parte integrante del sistema universitario si evidenzia un conflitto sul tema del lavoro e sullo statuto dell’università, perché i beni comuni sono frutto del lavoro collettivo, sociale, sono l’esito del lavoro socializzato.

Lei è d’accordo con le modalità dello sciopero? Può uno studente appoggiare una mobilitazione che gli crea un disagio senza nemmeno ricevere un’ulteriore spiegazione rispetto alle ragioni che spinge una parte del corpo docente ad aderire all’iniziativa?

Io penso che noi non dobbiamo spiegare, ma decidere insieme. La proposta del Movimento per la Dignità dei Docenti parte dal presupposto che i docenti subiscano torti, e che debbano spiegare agli studenti il torto che subiscono. Gli studenti e le studentesse allora comprendono, in modo da produrre una sorta di solidarietà e di non ostilità. Continuo però a credere che i docenti debbano non “spiegare”, bensì condividere, confrontarsi, avere un metodo che porti i docenti dalla cattedra alla discussione orizzontale. È chiaro che tutti gli scioperi all’interno dei servizi mostrano una contraddizione, poiché il servizio si produce per un’utenza, ma gli studenti e le studentesse non sono utenza, sono la ragion d’essere dell’Università. Devono quindi trasformarsi in altro, essere parte della discussione e decidere anche di sostenere la mobilitazione dei docenti. Qualcuno potrebbe obiettare che “arriverà comunque chi esporrà le proprie lamentele”, ed è giusto che accada, poiché questa è la condizione sine qua non del conflitto e dello sciopero che, se non produce problemi, è uno sciopero fallito ed è importante evidenziare tale dato agli studenti. Il tema dell’Università non riguarda soltanto chi lavora o studia al suo interno, ma la società nel suo insieme. Evidenziamo un solo dato: rispetto alle medie dei paesi maggiormente industrializzati, abbiamo pochissimi laureati in Italia. Cosa facciamo noi a fronte di una percentuale così bassa? Riduciamo l’accesso? Introduciamo il numero chiuso o livelli di tassazione che impongono un limite di classe? Io penso che non debba esserci un’Università di classe, che questa debba essere pubblica, l’abbiamo costruita nel tempo e dobbiamo difendere ciò che abbiamo ottenuto, senza favorire l’abbassamento delle aspettative sociali.

Maria Vittoria Santoro

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