Sciopero degli esami: una voce a favore

9 agosto 2017 di

Tra il 28 agosto e il 31 ottobre i docenti che hanno aderito alla protesta di cui si è fatto portavoce il Professore Carlo Ferraro, non garantiranno lo svolgersi del primo appello utile della sessione autunnale relativa all’anno accademico 2016/2017.  Abbiamo provato ad approfondire le ragioni alla base della protesta contattando personalmente alcuni professori e rivolgendo loro, poi, una lettera aperta in cui sottolineavamo il nostro unico interesse nel voler approfondire insieme le ragioni che li hanno spinti ad aderire allo sciopero. Attualmente, però, l’unico docente che ha deciso di accostare ai documenti che il Movimento ha reso pubblici le sue personali argomentazioni è il titolare di cattedra dell’insegnamento Filosofia del Diritto presso il Dipartimento di Giurisprudenza, Francesco Mancuso, di cui segue l’intervista. 

Qual è la natura di questo sciopero?  

L’idea è esattamente quella di difendere la dignità dell’accademia proprio a partire da una straordinaria sperequazione di trattamento, rispetto alla quale soprattutto i giuristi non possono non essere sensibili. Si tratta non di uno sciopero per un aumento salariale, bensì di uno sciopero proclamato perché la nostra categoria è l’unica tra quelle dei lavoratori statali non contrattualizzati a non aver avuto riconosciuta la progressione in termini giuridici. Questo significa che il lavoro di cinque anni dei docenti universitari è stato semplicemente cancellato, e solo per loro.  Se noi fossimo stati parificati alle altre categorie non contrattualizzate (forze dell’ordine, magistrati, ricercatori CNR), avremmo subìto una perdita complessiva, lungo tutta la carriera (l’esempio è calcolato su un docente della cosiddetta terza fascia, vale a dire un ricercatore), di circa 12000 euro. Sopportabile e anche giusta, in tempi di sacrifici per tutti.  

Invece, poiché il blocco non riconosciuto giuridicamente solo per i docenti universitari impatterà sullo stipendio per tutta la carriera fino alla pensione, sul TFR e sul trattamento pensionistico, il danno – per i soli universitari – è decuplicato, ammontando a quasi 100000 euro. C’è anche uno schema formulato da una collega di Napoli sull’argomento. 

 grafico_progressione_stipendi

 

Qualcuno potrebbe chiedersi cosa c’entra con la dignità di tutta l’Accademia, di cui sono parte anche gli studenti. C’entra, e molto. Innanzitutto, perché questo è un chiaro segnale della non centralità strategica dell’università. Per un Paese che è (ancora) avanzato come il nostro, questo è un pessimo segnale; per la qualità della docenza è un pessimo segnale: noi formeremo studenti avanzati che non potranno mai ambire alla carriera universitaria. Infine, non potremmo mai sperare di attrarre in Italia docenti stranieri; al contrario, come mi ha rivelato un collega, sono i docenti stranieri che verranno (o vengono già) a fare shopping di manovalanza intellettuale a basso costo. Si tratta di scegliere. Delle due l’una: o vogliamo essere – come ha detto un economista che pretende di dare lezioni da Chicago – un Paese di risuolatori di scarpe e di camerieri per milioni di turisti cinesi o indiani (forse il collega non sa che questa espressione, ‘camerieri d’Europa’, venne rivolta agli Italiani da Joseph Goebbels…); oppure vogliamo provare a rimanere un Paese avanzato, quel Paese che in ogni campo della cultura e della scienza ha fornito un contributo essenziale. Tutto ciò passa per la centralità della formazione (scuola e università). 

Rinviene una responsabilità politica nel tema oggetto della protesta? 

Anche il livello sempre più becero della classe politica è in diretta correlazione con il decadimento di scuola e università italiane. Molte sono le colpe della decadenza dell’università, spesso degli stessi accademici. Questa però non è una ragione per evitare di sollecitare una politica che si esprime con ottativi (“I professori di scuola ‘dovrebbero’ guadagnare il doppio”) e mai con progetti strategici e investimenti di lungo corso.  

Ricordo che il recente boom economico della Germania nasce anche (se non soprattutto) dal formidabile investimento in ricerca e innovazione portato avanti dai tedeschi… in Italia, l’università è stata scientemente punita e affossata: qualcosa vorrà dire… 

Questo sciopero mette in difficoltà gli studenti che stanno per concludere il loro percorso universitario? Riguarda anche le sedute di laurea oppure solamente gli appelli ordinari d’esame? 

Personalmente ho inviato ai miei studenti, tramite la messaggistica del sistema ESSE3, una mail  nella quale li avviso della mia partecipazione allo sciopero. Non ero in alcun modo tenuto ad avvisarli ma l’ho fatto, proprio perché spirito, da me condiviso, dei promotori dell’iniziativa è assolutamente quello di impattare il meno possibile sugli studenti. Un appello comunque si terrà, se non a settembre, ad ottobre, e le altre attività, lauree comprese, non verranno toccate. Ovviamente, lo sciopero si terrà solo a condizione che venga autorizzato dalla Commissione di garanzia. 

Molti studenti sentono per la prima volta di una battaglia dei docenti contro lo ‘stop’ degli scatti stipendiali, in passato si sono verificati altri tentativi da parte degli interessati di vedere riconosciuto questo diritto? E in quale modo? 

C’è già stata nell’università un’agitazione, quella dell’astensione dalla VQR, cui io non aderii, a conti fatti facendo bene. Ora, questa non solo non ha prodotto i risultati sperati, ma è stata per certi versi controproducente. La VQR è il meccanismo di (doverosa) valutazione della ricerca, ma studiato e applicato malissimo. In sintesi, poiché la VQR è legata al trasferimento di fondi ai Dipartimenti, là dove vi sia stata un’alta astensione vi è stato un finanziamento minore (di per sé già scarso). Altri dipartimenti dove c’è stata scarsa o nulla adesione, si sono avvantaggiati notevolmente. 

Vi era la possibilità di attirare l’attenzione delle istituzioni senza incorrere in questo sciopero? 

 Ritengo che dopo scalate sui tetti dei ricercatori, astensioni dalla VQR masochistiche, l’arma dello sciopero, ovvero l’astensione dalle attività didattiche, sia quella insieme più tradizionale e più impattante. 

Mi auguro sinceramente che non si debba giungere a forme di protesta più radicali. Su ciò, personalmente, mi auguro che si stabilisca un’alleanza, come sempre cerco di fare nel mio lavoro, con gli studenti, che non sono clienti, ma cittadini che con lo studio conseguono non solo e non tanto una specializzazione professionale, ma un’attitudine critica, civile, politica nel senso più alto dell’aggettivo.  

Maria De Paola