Sotto il tappeto a Piazza Plebiscito

3 dicembre 2013 di

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Abitudine mattutina discutibile – questo sicuramente – di una buona percentuale di giovani napoletani nati dopo l’ottantatrè è quella, appena svegli, di pigliarsi il caffè e dare un occhio a Feisbuk.

Una mattina della settimana scorsa, con la tazzina in una mano e la rotella del mouse nell’altra, e con un buon pezzo in sottofondo – questo qui – scorrendo la Home dell’amato/odiato social network ho visto diversi amici condividere quella che è stata la notizia del giorno: Piazza del Plebiscito ripulita dai graffiti e dalla sporcizia per le riprese del nuovo film di Mario Martone, intitolato “Il giovane favoloso”.

Il link condiviso – a cui potete dare un occhio qui – era correlato di foto al set e alle riprese che mostravano comparse e attori in costumi d’epoca, incastonati tra il bianco splendente dei marmi e delle colonne della Basilica di San Francesco di Paola e delle statue equestri dei Borbone, con il mare ed il fianco del Vesuvio sullo sfondo.

Chiaramente, quella mattina della settimana scorsa, come prima cosa dopo aver letto e visto, anch’io ho condiviso il famoso link, e con tanto di errore di battitura dovuto all’occhio azzeccato di sonno, nello stile quasi epigrafico della mente appena sveglia neanche in grado di imbastire una consecutiva, questo è stato il mio commento:

“Emoziona vedere finalmente il bianco dei basamenti delle statue equestri.
Una delle più belle piazze che si possano pensare, affacciata sul mare.
Sempre vi dovete mettere scuorno, però”.

Chiaramente, da fanatica di quella che è una città bistrattata persino da chi l’amministra, quel giorno ho voluto andare a vedere la piazza messa a lucido ed ingioiellata, dopo il caffè, un pranzo frettoloso compensato da un babà a crema da Scaturchio e una passeggiata sotto l’ombrello da San Domenico alla Galleria Umberto I.

“Che fai, ci vieni a vedere Piazza del Plebiscito?”

La piazza era incorniciata dalla pioggia fitta, nel buio della sera che di questi tempi arriva già alle cinque. Stretta nel cappotto, ho misurato i passi sotto il colonnato semicircolare, fino a giungere al suo centro, al pronao della basilica.

La curiosità che ha affrontato il diluvio di quel pomeriggio si è scontrata con una mano di pittura stesa ad altezza uomo. Pennellate di grigio e di bianco, ben visibili, passate sulle colonne e sui pilastri del pronao,  ma solo dove era necessario alle riprese.

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L’incredulità ha avuto bisogno di toccare con mano, per constatare al tatto cheveramente i marmi ottocenteschi erano stati ricoperti di una non meglio identificata pittura.

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La pioggia era finita, così ho voluto avvicinarmi alle statue equestri di Carlo III e Ferdinando I, magnifiche opere di bronzo poste su podi di marmo.

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Lì, lo scarso rispetto per il patrimonio storico e per la sua conservazione si è trasformato addirittura in una presa in giro fatta di carta da parati simil marmo, ritagliata in strisce verticali ed applicata secondo necessità.

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Come spazzare la polvere sotto il tappeto.

La rabbia mi ha portato il giorno dopo ancora lì, armata di macchina fotografica, a documentare lo scempio immersa nel gelo pomeridiano di questi giorni.

Qui, tutte le foto che ho scattato.

A prescindere dalle eventuali considerazioni e sicure jastemme – delle quali vi parlerò domani – che tutto ciò ha provocato in me, rimane il fatto che queste fotografie costituiscono ancora una volta il documento del  decadimento e dello stato d’abbandono in cui versa il patrimonio monumentale cittadino.

Come se questo non esistesse, come se non fosse storia, come se non fosse neanche patrimonio costituente un’ipotetica fonte di introito e forse anche di vanto per la nostra città; come se Napoli, ancora una volta, come dice un famoso testo che non amo molto, fosse solo “‘na carta sporca, e nisciuno se ne ‘mporta” .

E se Pino Daniele mi faceva schiattare in corpo, figuratevi questi qua.

Ilaria Iodice

Questo articolo è comparso anche sul blog dell’autrice: “LeDueSirene”.

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