The Land Between: tra Spagna e Marocco scompare l’Europa

14 maggio 2017 di

Quello che succede oltre i confini dell’Europa non è affar nostro. L’ha deciso l’Unione e lo ribadisce ogni volta che delega il controllo delle frontiere a paesi terzi senza curarsi di come i governi locali gestiscano la questione migratoria. L’esempio più recente è la Turchia, ma il processo di esternalizzazione ha origini più antiche e negli ultimi anni sta subendo una pericolosa accelerazione. La conseguenza è, nella maggior parte dei casi, la legittimazione di una sistematica violazione dei diritti fondamentali dei migranti.

La rassegna di cinema dei diritti umani organizzata all’Università degli Studi di Salerno dalla professoressa Valentina Ripa, in collaborazione con le associazioni Asinu ed Elsa, ha toccato il tema con la proiezione di “The land between”, di David Fedele, lo scorso 27 aprile. Sotto l’occhio vigile della telecamera ci sono i monti Gourougou, tra Spagna e Marocco, una terra di nessuno a sud-est di Melilla. Qui il regista ha trascorso otto mesi per raccontare la quotidianità di migliaia di migranti sub-sahariani che provano ogni giorno ad attraversare il confine tra i due continenti. Il risultato è un documentario sobrio quanto straziante, che mette l’Europa di fronte alla brutalità che ha reso legale: sui monti Gourougou si muore.

I migranti raccattano cibo nei cassonetti, dormono in tende umide, con vestiti sporchi e scarpe rotte. Di fronte alla telecamera qualcuno è restio, si sottrae convinto che quel film sia l’ennesimo tentativo di arricchirsi a sue spese; altri raccontano la loro tragedia e chiedono di essere ascoltati. Sono incastrati in mezzo al nulla. Non possono tornare indietro perché indietro ci sono la povertà, la guerra, la dittatura, la violenza. Non possono andare avanti perché la Comunità Europea ha pagato circa trenta milioni di euro per costruire reti alte decine di metri, circondate da fossati e protette da militari che aprono il fuoco ad ogni tentativo di passare il confine. Non un confine politico – si noti bene- ma un limite artificiale costruito per separare la fortezza Europa dal Sud del mondo.

È di muri che si è parlato all’Unisa durante la discussione che ha seguito la proiezione del film. Alla presenza dei professori Gennaro Avallone, Adalgiso Amendola, Angela Di Stasi, Rossana Palladino, Felice Pier Carlo Iovino e Vincenzo Esposito, la professoressa Ripa ha moderato un dibattito lungo, ricco di spunti e di opinioni contrastanti. “Bisogna aprire le frontiere” ha esordito il professor Avallone. In molti hanno applaudito, ma non sono mancate le perplessità: “l’Europa può accogliere tutti?” si sono chiesti alcuni studenti. “Sì” è stata la risposta perentoria di Adalgiso Amendola. I muri inoltre, hanno spiegato i docenti, non impediscono gli ingressi, al contrario li consentono ma a determinate condizioni, favorendo precarizzazione e sfruttamento. Senza dimenticare che diventano facilmente rubinetti da aprire e chiudere a seconda delle occasioni per fare pressione sull’Europa e sui singoli stati, Spagna compresa.

La soluzione potrebbe, quindi, riassumersi in un più classico “aiutiamoli a casa loro”? Anche su questo si è discusso tanto, per arrivare poi a porre l’accento sul fatto che non dobbiamo aiutare nessuno e che quindi non dobbiamo decidere né dove né come farlo. Potremmo smettere, piuttosto, di vendere armi a chi “casa loro” la sta distruggendo o, ancora più semplicemente, potremmo permettere a ogni essere umano di aiutarsi da solo, scegliendo per sé e per la sua famiglia un lembo di Terra sicuro, senza rivendicare come “esclusivamente nostro” quel lembo di Terra dove ci troviamo solo per un caso fortuito.

Valentina Comiato

RASSEGNA DI CINEMA DEI DIRITTI UMANI

PROSSIMO APPUNTAMENTO:
Life for sale, di Yorgos Avgeropoulos.
16 maggio, ore 12:00, teatro d’ateneo.