Tirocini: un ponte sopra l’abisso

21 luglio 2017 di

Se è vero che il ponte tra istruzione e lavoro è miseramente crollato, non è al centro della costruzione, dove si collocano l’esperienza universitaria e il tirocinio, che va immaginata la falla. Il ponte è danneggiato in ogni suo punto, da un’estremità all’altra, dai discutibili sistemi di orientamento e avvicinamento al lavoro introdotti con la Buona Scuola negli istituti superiori, fino alle norme che regolano l’occupazione vera e propria e che sembrano contribuire alla precarizzazione di un’intera generazione.

In Italia si inizia prestissimo a fare la vita del lavoratore precario, sfruttato, sottopagato, impiegato in mansioni che poco o nulla hanno a che fare con gli studi che si è scelto di intraprendere. La legge 107 ha stabilito l’obbligo della cosiddetta “alternanza scuola-lavoro” per gli studenti degli ultimi tre anni delle superiori: il piano prevede 200 ore per ogni studente del liceo e 400 ore per ogni studente iscritto a istituti tecnici e professionali, con l’obiettivo di garantire ai ragazzi un’esperienza in azienda. Scopo nobile ma risultati per ora deludenti. I dati rilevati dal Miur per l’anno scolastico 2015/2016 hanno evidenziato che la maggior parte delle strutture ospitanti si trova al Nord, dov’ maggiore il tasso di industrializzazione. Man mano che si scende lungo lo stivale le occasioni realmente formative si restringono ad imbuto e la necessità di piazzare ugualmente gli studenti costringe i dirigenti scolastici a impiegarli in lavori sempre più mortificanti. Secondo l’Espresso si parla di fotocopie o addirittura di pulizia dei bagni.

tirocinio riscattoSe l’alternanza scuola-lavoro non sembra particolarmente propedeutica al mondo dell’impiego, lo è di certo a quello dell’università, avendo decisamente più di un tratto in comune col nostro tirocinio. Le esperienze raccolte da Asinu all’Università degli Studi di Salerno sono esemplificative di un problema che i collettivi studenteschi evidenziano da anni. Link – coordinamento universitario, insieme all’Unione degli Studenti e a Rete della Conoscenza, ha dato il via nelle ultime settimane alla campagna Riscatto, con cui le tre organizzazioni intendono esprimere la loro contrarietà rispetto allo sfruttamento del lavoro degli studenti e dei giovani in generale. Quanto al tirocinio, sul sito ufficiale del sindacato studentesco si legge “vogliamo tirocini di qualità, con un piano formativo ben definito e un tutor che sia formato e pagato per seguirci e guidarci nell’apprendimento. […] Vogliamo diritti garantiti durante il tirocinio, orari compatibili con il nostro percorso di studi, rimborsi per tutte le spese sostenute. Vogliamo essere coinvolti negli organismi che stabiliscono le convenzioni con le aziende. Vogliamo un reale servizio di orientamento verso i tirocini […] Vogliamo una normativa nazionale e regionale stringente che ci tuteli veramente”.

L’ultima pietra di un ponte sbriciolato sotto la pressione di politiche governative orientate alla mercificazione del lavoro e del lavoratore è lo sbocco all’occupazione vera e propria. Il sogno di ogni giovane, laureato e non, è vantare finalmente un lavoro vero, ma il confine tra essere “impiegato” ed essere “sfruttato” in Italia è diventato sottilissimo. Si pensi alla vicenda degli scontrinisti della Biblioteca Nazionale di Roma, costretti a occuparsi di vigilanza agli accessi, ufficio prestito, servizi di magazzino e distribuzione del materiale libraio nelle sale lettura, a 400 eurodisoccupazione-giovanile al mese per cinque, dieci o quindici anni, rispettando turni e mansioni specifiche, senza contratto e senza tutela perché considerati semplici volontari. Si pensi all’iniziativa della Fondazione Unesco Sicilia, che all’inizio di maggio cercava 35 giovani under 30 per 12 giorni di lavoro chiedendo agli stessi di versare una quota di partecipazione di 500 euro. Si pensi ai voucher, reintrodotti con la “manovrina” e a tutte le forme contrattuali che tutelano l’azienda, il mercato e l’economia ma ignorano la dignità del lavoratore. Ne avete un esempio sotto gli occhi se considerate i 350 euro al mese con cui l’Università degli Studi di Salerno umilia gli addetti alle pulizie. Si pensi anche, per finire, a quanto la legalizzazione del lavoro gratuito o sottopagato favorisca la disoccupazione. Quale azienda si sentirà in dovere di effettuare assunzioni con un vero contratto finché potrà impiegare gratuitamente liceali e tirocinanti?

In tutto questo non sorprende che l’università pubblica italiana somigli sempre di più a un parcheggio sociale, luogo di stallo dove i motori delle competenze si spengono e nessuno punta più i piedi sui pedali della conoscenza. Il freno della paura è ben tirato. Dietro la curva, l’ombra scura di disoccupazione, precariato e sfruttamento. Perché dovrei avere fretta di laurearmi se dopo mi aspetta un ponte crollato sopra l’abisso?

Valentina Comiato

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