Tirocinio double face a Giurisprudenza

15 luglio 2017 di

Tutti quelli che hanno avuto modo di leggere una copia del nostro bollettino cartaceo, ne sono già al corrente: Asinu sta conducendo un’inchiesta che ha assunto come oggetto di ricerca quel ponte, meglio noto come tirocinio, che collega gli universitari al mondo del lavoro. Abbiamo raccolto le esperienze di alcuni studenti dell’Università degli Studi di Salerno iscritti a differenti corsi di laurea per capire se l’attività tirocinante riesce il più delle volte a rivelarsi davvero un’esperienza essenziale e formativa per gli studenti. In questo articolo, invece, rivolgiamo la nostra attenzione al corso di laurea in Giurisprudenza, le cui peculiarità afferenti al praticantato ci obbligano a parlarne non da un punto di vista empirico, dell’esperienza, ma da uno interno, dell’organizzazione.

L’occasione di entrare in confidenza con la burocrazia e con le controversie giuridiche è garantita agli aspiranti giuristi attraverso la possibilità per questi di frequentare due tipi di tirocinio, senza che l’uno escluda l’altro.

Il primo, quello classico, conforme alla maggior parte dei corsi di laurea, ha un peso formativo di sei crediti che devono essere accumulati attraverso centocinquanta ore di attività tirocinante (ogni credito corrisponde a venticinque ore di tirocinio) da svolgersi presso un ente convenzionato con l’Università. Si tratta di esperienze che possono essere maturate all’interno di strutture pubbliche o private sotto la guida di un tutor universitario. Diversamente da quanto accade in altri corsi di laurea, questo tipo di tirocinio a Giurisprudenza non è obbligatorio. La maggior parte degli studenti, infatti, certifica quei sei punti di credito frequentando i laboratori giuridici che ogni anno, all’interno del proprio piano di studio, possono essere selezionati tra i tanti offerti.

Particolarmente rilevante è, invece, l’altra tipologia di tirocinio, quella forense, meglio nota come praticantato. Quest’ultimo è obbligatorio per tutti gli studenti che, già in possesso della laurea in Giurisprudenza, intendono accedere alle classiche professioni legali e partecipare ai relativi esami di stato e concorsi pubblici. La legge 31 Dicembre 2012, n. 247 è intervenuta nella disciplina dell’ordinamento della professione forense per introdurre la possibilità, tutta a vantaggio degli studenti, di anticipare un semestre di tirocinio prima ancora di certificare la conclusione degli studi. A tale disposizione è seguita, il 24 Febbraio 2017, una convenzione quadro che ha visto come parti firmatarie il Consiglio Nazionale Forense e la Conferenza Nazionale dei direttori di Giurisprudenza e Scienze Giuridiche. Questa operazione è servita per impegnare formalmente i vari dipartimenti di Giurisprudenza a siglare successive convenzioni con strutture locali per dare attuazione concreta a quanto stabilito dalla legge del 2012. L’incontro è servito anche a ufficializzare i requisiti all’accesso al tirocinio forense: gli studenti interessati devono trovarsi innanzitutto in regola con gli esami di profitto dei primi quattro anni e possedere, tra i tanti esami registrati, necessariamente anche quelli di Diritto Privato, Diritto Penale, Diritto Amministrativo, Diritto Costituzionale, Diritto dell’Unione Europea, Diritto Processuale Civile e Diritti Processuale Penale.

Concluso il semestre, affinché non vadano perse le ore accumulate, è necessario confermare l’iscrizione al registro dei praticantati. Ciò deve avvenire entro sessanta giorni se il praticante ha conseguito, nel frattempo, la laurea. Nel caso in cui, invece, si tratti di uno studente ancora alle prese con gli esami la validità legale dell’attività tirocinante persiste per due anni. Dopodiché è possibile formulare una richiesta per una sospensione di sei mesi, al termine della quale, se non si è provveduto alla registrazione, il tirocinio si riterrà nullo e quindi privo di effetti. Il Consiglio dell’ordine, secondo quanto stabilito dalla legge, ha anche il dovere di verificare l’effettivo e proficuo svolgimento del tirocinio attraverso colloqui periodici o assunzione di informazioni dai soggetti presso i quali si sono svolte le attività, e assicurarsi che il praticante abbia effettivamente collaborato allo studio delle controversie e alla redazione di atti e pareri. Al termine di tutte queste, e di altre ancora, dettagliate analisi, il Consiglio dell’ordine è tenuto a rilasciare un certificato di avvenuto tirocinio che tenga conto interamente dei diciotto mesi e che permetta all’aspirante giurista di essere un po’ più vicino alla tanto agognata meta.

Nonostante siano trascorsi già cinque mesi dal momento della sottoscrizione della convenzione quadro, il Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Salerno non ha ancora provveduto a siglare convenzioni singole con le strutture locali. Di fatti, perciò, la pratica forense sebbene prevista a livello nazionale è rimasta inattuata a livello locale. Il rischio che il lavoro fatto finora dal Consiglio Nazionale Forense e dalla Conferenza Nazionale dei direttori di Giurisprudenza si riveli vanificato è scongiurato dalla validità quinquennale della convenzione. Tuttavia l’accesso per gli studenti dell’ateneo di Salerno resta tuttora impedito. È indispensabile, perciò, che si proceda presto con le singole convenzioni dal momento che il tirocinio forense è per gli studenti un’occasione molto valida, non soltanto perché velocizza i tempi personali dello studente che ha quindi modo di vedere avviata prima la sua carriera, ma anche perché gli verrebbe concessa l’occasione di accostare alla teoricità del diritto la sua praticità prima ancora di catapultarsi nel mondo del lavoro e quindi dell’applicazione diretta di tutte quelle disposizioni che per cinque anni sono state oggetto di studio.

Antonella Tanya Maiorino

 

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