Liberalizzazione della formazione universitaria? Perché no. Questo viene proposto, in sintesi, da alcuni emendamenti promulgati dall’area di centro-destra e in questi giorni in vaglia al Senato. Una possibile abolizione del valore legale del diploma di laurea sembra prendere sempre più piede tra le aule parlamentari, e i principali esponenti del mondo economico fanno incetta di conferenze stampa. “Nelle intenzioni del legislatore, il valore legale del titolo di studio doveva essere un marchio di qualità concesso dallo Stato alle università- spiega il direttore Education di Confindustria, Claudio Gentili- ma il vero limite del valore legale sta nel suo uso formalistico che spesso ha ottenuto risultati opposti a quelli desiderati”. Le sue parole raccolgono consensi bipartisan anche dal mondo politico, Matteo Renzi (macchiato dagli sberleffi satirici come eterno giovinastro) non riesce a credere di avere nuovi argomenti su cui mettere bocca ed esulta: “bisogna togliere pezzi di casta e pezzi di carta”.
Qualora una riforma così strutturale venisse approvata, con quali strumenti sarà possibile misurare l’effettivo valore della laurea conseguita, una volta abrogato l’unico parametro esistente? “Occorre un sistema di accreditamento- puntualizza sempre Gentili- dei corsi di studio, svolto da agenzie indipendenti, che assicuri la verifica del valore reale dei corsi di studio universitari”. In parole povere, una specie di rating degli atenei su modello anglo-sassone. Perché no. Il rimedio ipotizzato sarebbe quello di intraprendere le medesime scelte degli Stati Uniti e del Regno Unito, dove una buona istruzione fa rima con portafoglio pieno. Paesi radicalmente diversi dal nostro, per storia e strutture economiche, che hanno una tradizione liberista di lungo corso e uno scarso impianto welfare. L’Italia ha svenduto la sua sovranità nazionale, preoccupandosi dello spread e dei dictat della BCE, probabilmente vuole completare l’opera, concedendo ai privati il pieno monopolio del mondo accademico.
Critiche e perplessità sono state sollevate anche dai sindacati e dalle diverse associazioni di studenti, ricercatori e studenti universitari: “Il mantenimento del valore legale del titolo di studio è un dato centrale del sistema universitario italiano. Temiamo che la sua abolizione possa incrementare le disuguaglianze sociali ed economiche”. In effetti molti trovano naturale sollevare pareri contrari, obiettando che la cura è peggiore del male. È possibile che in un così funesto quadro d’insieme, dove i livelli di clientela, nepotismo e mala gestione sono pari se non peggiori a quelli degli anni 70, la soluzione sia quella di svalutare maggiormente gli atenei pubblici, per favorire (ancora una volta) pochi centri d’eccellenza finanziati da elite e rampolli? Così come un malato ha bisogno di cure specifiche per la sua condizione, indubbiamente il sistema universitario italiano necessita di una riforma seria. Ma perché mettere sul banco ancora una volta quella bolla di rating e macchinazioni finanziarie, che, scoppiando, ha ammalato la nostra economia? Da studentessa non vorrei ritrovarmi, un giorno, ad aver conseguito una laurea che vale quanto un pacchetto di Btp.
Martina Gargiulo








