Stasera, 20 gennaio 2012, dalle ore 18 alle 24, presso la Mediateca Marte di Cava de’ Tirreni Alberto Trezza esporrà le sue produzioni artistiche.
Un’ entrata dalla strada in curva. Una porta in vetro trasparente con parole in nero che ovunque portano una scritta Amore, in un corsivo piccolissimo. Una stanza piccola, disordinata, ingombra, fredda. Luce e musica soffuse, l’una vicinissima alla tela, l’altra (la musica) poco distante, un’ eco vicinissima. Colori dappertutto. Due bicchieri di rhum e dadi di cioccolato fondente. Ancora: sedie recuperate da un passato nemmeno troppo lontano, bicicletta gialla, pile di libri, cartacce in ogni angolo. Pennelli, pennelli, pinzatrice, bottiglie, spatole, valigie. Idee e silenzio.
Alberto è il suo nome e artista non si vuole chiamare, ma operaio dell’ arte. Si dedica al lavoro come un operaio, con umiltà e devozione. Gesti meccanici spesso alienanti, fuori dalle coordinate spazio- temporali. Parla poco, perché quando si lavora si è concentrati, perché la carica dei contrasti di colori dica al suo posto, perché quel che crea, come chi crea, non è che il riflesso di un’esperienza vissuta. Le sue produzioni se le guardi sono riproduzioni: volti di donna ovunque, ossessivi e spaventosamente belli, visti certamente da qualche parte o forse solo in sogno. Sono occhi fissi fuori dalla tela, una citazione al maestro Warhol, un pensiero ai graffi strappati di Mimmo Rotella e uno sguardo al presente, quello di Alberto.
‘Prima pagina’, anima, ottimismo, slancio, sogno, amore, caduta e rialzata, tempo, cinque: queste le parole chiavi della sua Personale che si chiama, appunto, Prima Pagina perché è la prima volta che espone le tele. Prima pagina perché strappa prime pagine dai giornali e strappa le notizie, strappa la fonte e lascia vivere il fatto ( si veda per questo la tela ‘Time’).
Bianco rosso nero, la triade cromatica. Bianco purezza dell’ anima, simbolo di luce e trasparenza. Rosso, banale, ma colore del cuore, che dedica al colore stesso come forza, carica per dipingere e per confrontarsi. Nero al tratto, al segno che resta indelebile che definisce i contorni e calca i lineamenti. Nero su bianco. “La bicicletta. Da piccolo mio padre disegnava una bici e prima ancora che imparassi a scrivere disegnavo quella bici. Dedico la Personale a quella ‘prima pagina’, a quella prima matita impugnata, all’ incontro con un uomo. Pagina bruna, da imballaggio sulla quale appoggiavo le mie fantasie dandole una forma, e sulla quale per assurdo, realizzavo il mio presente”, dice.
Perché varrebbe la pena recarsi alla tua Personale?
“Per guardare a mia volta gli occhi della gente che vedono quelle delle mie donne; perché voglio curiosare nella curiosità degli altri; perché voglio sentirmi dire che non c’è niente in quel che faccio. Perché le tele parlino per me”.
Roberta Bisogno










