Unioni Civili: vale la pena chiedersi se ne sia valsa la pena?

7 maggio 2017 di

A voler interpretare le statistiche, la legge sulle unioni civili è stata, quando non un fallimento, una rivoluzione lenta e silenziosa. Un flop, azzarda “La Repubblica”. Paiono essere soltanto 2802, infatti, le unioni (guai a chiamarle “matrimoni”) celebrate tra il ventinove luglio dello scorso anno, quando la legge n. 76 è finalmente entrata in vigore, e maggio dell’anno corrente. “Pochissime!”, si meraviglia il quotidiano e subdolamente domanda, accarezzandosi il mento: “Ne valeva la pena?”.

L’apocalisse professata da alcuni gruppi ultracattolici non si è (purtroppo?) realizzata: nessuno ha sposato il proprio animale domestico, nessuna famiglia progressista ha costretto il figlio a un matrimonio omosessuale che lo avrebbe immiserito nella virilità. Ogni parte politica era in attesa di una moltiplicazione dei numeri, non fosse altro che per stanare il germe omosessuale dalle crepe dentro cui è solito acquattarsi. Netta, la divisione dell’Italia: le regioni del Sud sono quelle che meno hanno avvertito il vento del cambiamento. Si potrebbe a tal proposito azzardare che alcuni agglomerati rurali ancora subiscono il soffocamento di un potere patriarcale dove il culto del maschio si manifesta attraverso l’assoggettamento (pur matrimoniale) del corpo femminile. Si potrebbe, insomma, farla finita con la cecità: differenti, in ogni regicone italiana, le dinamiche culturali che portano gli individui a conoscere o disconoscere la propria sessualità.

“Abbiamo dato diritti, ne valeva la pena”, afferma il ministro della Famiglia Enrico Costa, alfaniano di “Alternativa Popolare”. Convinta, insomma, anche la parte politica del Nuovo Centrodestra, meno il quotidiano romano, la cui penna incalza: “Le unioni civili sono poche o tante? Se ne aspettava di più?”. La voce della ragione viene per bocca di Costa, il quale sino al 2013 è stato parte di “Forza Italia” e “Il popolo della libertà”: “I diritti non si possono “pesare” solo in base ai numeri”, dichiara.

L’interrogativo potrebbe risultare ironico: se a un anno dall’entrata in vigore della legge, ci si chiede se essa sia stata o meno utile a causa della poca affluenza sugli archivi di coppie omosessuali (con i toni di “ne è valsa la pena?”, quasi a sottendere che la fatica non sia stata proporzionale alla resa), non avrebbe potuto, il governo italiano, proporre un sondaggio da imbucare nelle cassette postali delle case italiane? “È lei omosessuale? A) Sì – B) No; Ha una relazione stabile o considera di averne una? A) Sì – B) No; Se ha risposto sì a entrambi i quesiti precedenti, legga di seguito: “Qualora fosse proposto un ddl sulle Unioni Civili, pur depauperato della possibilità di chiedere adozione del figlio biologico del partner, lei, e sia sincero, si sposerebbe? A) Sì – B) No.” Soltanto nel caso fosse stata raggiunta la soglia del venti percento di omosessuali smaniosi di diritti si sarebbe potuto procedere con il disegno di legge. Ormai il danno è fatto, pazienza. Serva da lezione per il prossimo barlume di civiltà, magari sulla stepchild adoption.

Antonio Iannone