Unisa: Sociologia è l’ennesima vittima dell’università post-riforma

2 febbraio 2017 di

Più volte Asinu ha apertamente condannato la direzione aziendalistica che l’Università degli Studi di Salerno sembra aver intrapreso negli ultimi anni. Siamo stati spesso polemici, per qualcuno molesti, forse qualche volta eccessivi; ma da studenti, prima che da aspiranti giornalisti, non siamo mai riusciti a contenerci di fronte a politiche universitarie che andavano contro tutto quello in cui abbiamo sempre creduto. Nonostante questo, però, siamo consapevoli che l’Unisa è solo in parte colpevole del depauperamento sociale e culturale di cui è protagonista: oltre il limite della responsabilità della governance dell’Ateneo, inizia quella di uno Stato che ha fatto dell’università italiana un rudere da demolire poco alla volta. L’ultimo mattone danneggiato da questo sistema è il corso di studi in Sociologia dell’Università degli Studi di Salerno.Sociologia numero chiuso

Ieri mattina il Consiglio di Dipartimento ha approvato una delibera di indirizzo che determinerà, a partire dal prossimo anno accademico, un tetto massimo di 220 immatricolati; il corso di studi diventa, quindi, ufficialmente ad accesso programmato. Una decisione tanto sofferta che il professor Adalgiso Amendola si è dimesso dal suo ruolo di Presidente del Consiglio Didattico. “Capisco il ragionamento che fanno i miei colleghi -ha dichiarato- perché il quadro normativo nazionale spinge verso un’università sempre più piccola e selettiva, ma non credendo che lo sbarramento all’ingresso possa essere la soluzione per tutti i problemi del corso, io non posso più coordinarlo”. I problemi a cui il docente fa riferimento, e su cui si fonda il provvedimento adottato, sono essenzialmente tre: carriere lente, poche lauree e alto numero di abbandoni. Dati che lasciavano un margine di ragionamento quando comportavano solo una cattiva valutazione del corso, ma oggi questi criteri costituiscono indicatori anche per la quota premiale del Fondo di Finanziamento Ordinario e quindi –ci spiega il professore- c’è un po’ ovunque la tendenza a tutelarsi di fronte a un possibile ingrossamento del numero degli iscritti, poiché risulterebbe difficile da gestire a causa delle scarse risorse (qualche mese fa, ad esempio, succedeva nell’ex facoltà di Lettere).

Giso Amendola

Adalgiso Amendola

Nel corso di studi in Sociologia, il rischio paventato era reso concreto da una crescente richiesta di immatricolazioni, dato di fronte al quale, però, secondo Adalgiso Amendola la reazione governativa dovrebbe essere differente: “siccome l’istruzione è un diritto fondamentale, il discorso dovrebbe essere: se arrivano più iscritti, occorrono più risorse per rispondere alla domanda di iscrizione; invece, ora il discorso che viene fatto in emergenza finisce con l’essere: siccome le risorse sono scarse e non potrei rispondere ad un’eventuale domanda di istruzione più alta, metto dei tetti cautelari in maniera che questa domanda venga respinta sul nascere”. Il tetto cautelare posto in questo caso è un limite simbolico, essendo superiore rispetto al numero degli iscritti al primo anno che il corso di studi conta di solito. Quello che preoccupa l’ormai ex Presidente del Consiglio Didattico è, però, il segnale che si sta lanciando, la scelta di intraprendere un’inutile caccia al fuoricorso che rischia di tradursi, a lungo andare, in una riduzione dell’offerta didattica, e del diritto allo studio, pericolosa soprattutto nel Mezzogiorno. Dalla forbice di progressive penalizzazioni –fa notare- non si salverebbe neanche il primo Ateneo del Sud Italia.

Che si tratti della VQR, dell’Anvur, o delle varie classifiche, puoi anche essere primo, ma se sei primo in un sistema generale che penalizza tutto il Sud Italia, compreso te, tu devi usare le tue competenze in più per acquisire una forza politica che ti permetta di fermare questo meccanismo. Perché questo tipo di politiche, frutto della riforma, sta riducendo il sistema universitario a un terzo di quello che era e non lo migliora qualitativamente, facendo subentrare una logica selettiva e aziendalistica nell’università e nel mondo della ricerca. Bisogna che studenti, docenti e governance riprendano un discorso critico complessivo su questa strategia universitaria e inizino a ragionare su come invertire la rotta. Soffrire adeguandosi di volta in volta non funziona. Ci chiederanno sempre di più”.

Valentina Comiato

LEGGI ANCHE:
Intervista a Michela Trinchese, rappresentante degli studenti in Consiglio Didattico.

Aggiornamento del 10/05/2017:
Il Senato Accademico respinge la proposta del Dipartimento di introdurre il numero programmato nel corso di studi in Sociologia.