Unisa: tra cumuli e macerie

5 dicembre 2013 di

 

Confondere la necessità di spazio fisico con quella di “apertura di spazi ideali”, intesi come momenti di discussione e partecipazione, è un errore sempre più frequente. Una disattenzione collettiva che può essere molto pericolosa all’interno di ogni sistema, anche per un campus universitario come quello di Salerno. Capiamo perché con il Dott. Davide Bubbico, Ricercatore di Scienze Sociali…

- Venerdì 11 Ottobre 2013, viene demolito l’ex Laboratorio Studentesco situato al secondo piano della Facoltà di Economia dell’Università degli Studi di Salerno. Che significato ha questa cosa, se ha un significato di per sé?

Concedendomi un po’ di retorica, la fine di un’epoca e di una stagione. Un ricordo netto che ho dell’esperienza del laboratorio fu quando ci vedemmo nel Marzo del 1994, per organizzare la trasferta a Milano per la manifestazione promossa in occasione del 25 aprile dal Manifesto, a ridosso di un mese dalla vittoria di Berlusconi. Pensavo al fatto che siano passati 20 anni e che proprio ultimamente Berlusconi sia decaduto.

Tempi di decadenza insomma…
Vedi, il punto è che quando frequenti un luogo come quello e dopo diversi anni lo ritrovi abbandonato, la percezione che si ha è che quell’esperienza fosse finita in modo già evidente, ancor prima della demolizione di per sé. Periodicamente ho visto “affacciarsi” dei Collettivi, però sicuramente il laboratorio non era più quello che io ho conosciuto esattamente 20 anni fa, nell’Ottobre del 1993 quando iniziai a frequentarlo.

- E’ più importante conquistare uno spazio, o esercitare lo spazio, quello intorno a noi?

Lo spazio era utile semplicemente perché si organizzavano le riunioni, alle volte ci si andava a studiare; era un luogo di ritrovo. Secondo me ha la stessa importanza di esercitare l’attività politica all’interno di una struttura. E’ un segno di riconoscibilità.

- Quanto può essere limitante racchiudere una grande idea in un piccolo spazio come il Laboratorio?

Ma no uno spazio è sempre una sede, non è questo il problema. E’ importante avere una sede, un punto di ritrovo, un punto di contatto insomma. Credo che sia utile per questo. Un qualsiasi collettivo politico ha storicamente avuto ed avrà comunque una sede, un ritrovo fisico. Nella lotta nella mobilitazione, è necessaria la presenza e non essere presenti o tenersi in contatto in rete.

Laboratorio studentesco demolito

- Quindi se non è stato questo il limite, qual è stato il motivo dell’insensibilità di tanti che non hanno sentito il dovere di proteggere quello spazio?

Secondo me perché non c’è stata continuità in questi anni. Significativo fu il fatto che un giorno sono passato ed ho trovato tutti i murales cancellati; però giustamente un mio amico mi disse che secondo lui i muratori non li avevano coperti perché gli era stato detto da qualcuno. Semplicemente, hanno visto che non ci fosse nessuno, stavano dipingendo tutte le pareti ed hanno pensato di coprire anche i murales. E’ una cosa abbastanza significativa delle mancata presenza. E’ un peccato, perché una delle cose più belle erano proprio i murales.

- Oggi c’è una necessità di spazi in questo campus? Tante associazioni universitarie hanno uno spazio fisico, c’è ancora bisogno di “spazio” nell’Unisa?

L’università non ha bisogno di spazi, perché ne ha. C’è bisogno di un Collettivo di sinistra movimentista tradizionalmente presente in tutte le università. L’impressione è che non ci siano realtà significative all’interno. Comunque sta di fatto che delle nuove realtà, pur senza sede, hanno fatto tanto, più di altre che l’avevano. Quindi tornando alla domanda, forse non è necessaria una sede se sei in grado di fare attività.

- Mi riferivo a spazio “ideale”. C’è seconde lei una effettiva chiusura di spazi democratici?

L’università è tendenzialmente uno dei posti dove l’esercizio della democrazia è alle volte inesistente. L’università non è più un luogo di discussione e di confronto, per tantissime ragioni. Non è detto che sia così dappertutto perché in una università ci possono essere tantissime università: ci sono diversi dipartimenti, corpi docenti, sono diversi gli studenti di un corso di laurea piuttosto che un altro. Resta il fatto che la democrazia è un esercizio molto limitato, se per democrazia intendiamo non le condizioni di poter votare qualcosa o meno, ma di essere nelle condizioni di poter partecipare ad un processo decisionale e programmatico. Senza che nelle tue decisioni, ci siano altri fattori condizionanti. Tutti abbiamo votato per il Rettore, i Senatori accademici, i Rappresentanti degli Studenti. Abbiamo eletto le nostre componenti, però in realtà non c’è stata, dal mio punto di vista, una discussione seria e libera. Ci sono stati molti interessi che hanno condizionato il voto degli studenti, il voto del personale non docente, in parte del personale docente, per questioni legate ad appartenenze, gruppi, carriere, risorse, e quant’altro. Ci muoviamo sempre su un falso piano.

- Sul territorio italiano esistono esempi virtuosi di collaborazione e cooperazione decisionale. C’è un problema patologico nella realtà universitaria di Salerno?

Ci sono stati esempi di mobilitazione dal basso, di esercizi di pratica democratica nel campus di Salerno, sui quali però siamo stati sconfitti. Penso al caso della riscrittura dello Statuto. Molto spesso queste mobilitazioni partono però dall’attività di pochi docenti, ricercatori e sopratutto pochi studenti, che si fanno carico di una organizzazione, di un lavoro che teoricamente si dovrebbe dividere con altri.

- Ogni volta che si tenta di scavare spazi democratici, nel tempo restano solo le macerie degli scavi. Quale percorso di innovazione si può intraprendere tra cumuli e macerie?

Un’organizzazione politica seria. Sarebbe l’unica via possibile. Sono dell’idea che i movimenti possono avere grandi risultati, ma non si può chiedere ai movimenti una costanza ed un impegno. Nella mobilitazione si crea la conoscenza e la solidarietà tra diversi individui che altrimenti non si sarebbero mai incontrati. Dopodiché serve un’organizzazione politica in termini di rappresentanza per la discussione ed il confronto. Questo è molto difficile perché spesso le vicende collettive sono sovrastate dalle vicende individuali, determinando una difficoltà a misurarsi con la capacità di mettere in piedi realmente delle proposte, di pianificazione che indichino una prospettiva concreta di alternativa. E’ facile dire che si possono fare le cose in un altro modo, ma spesso oltre la retorica manca la capacità di descrivere quell’altro modo. Questo richiede uno spazio di riflessione.

Marco Giordano

Approfondimenti:
Laboratorio studentesco a pezzi

 

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