Università: rianimare la disobbedienza

13 novembre 2017 di

In una frammento di Ro.go.pa.g., pellicola del 1963 di cui Roberto Rossellini, Jean-Luc Godard, Pier Paolo Pasolini e Ugo Gregoretti dividono le sequenze, Orson Welles, che nel racconto di Pasolini, La ricotta, interpreta un regista intento nella produzione cinematografica della Passione di Cristo, è importunato da un giornalista i cui interrogativi reiterano la solita, annoiata, nenia sull’esplicazione di un prodotto artistico. «Ma lei non sa cos’è un uomo medio?», interroga allora Welles, «È un mostro, un pericoloso delinquente, conformista, colonialista, razzista, schiavista, qualunquista», continua, prima di concludere in un lapidario «lei non esiste».

Provo una narrazione di me stesso, mi perdoneranno i lettori per l’infrazione alle norme della tecnica giornalistica. L’introduzione filmica descrive al meglio lo sfondo culturale da cui provengo: corpi medi, peggio, costretti all’oblio. Vano citar loro Kant e gli esistenzialisti; dimostrare che lo stato di minorità a cui si costringono è imputabile a loro stessi e da cui, soprattutto, possono uscire dàndosi appena un briciolo di coraggio. Non sembra vi sia alcun riscatto, nessuna finestra può essere spalancata tra le monadi della medietà. È per tale ragione che ritrovo nell’Università una dimora più accogliente, un luogo dove non mi avverto più costretto alla piccolezza, bensì dove le costruzioni svettano verso il cielo.

Le biblioteche ricolme di volumi, lo scrivo senza affrancarmi dalla retorica con cui uno spirito forse troppo romantico osserva ciò che lo circonda, le avverto un po’ mie: potrei invitare un amico alla mia biblioteca e costui non avrebbe di che stupirsi dovesse spingere uno degli accessi alla Caianello. I corsi, il progetto di lasciar affiorare un’esistenza differente, l’incessante traffico di saperi. Un filosofo a cui sono piuttosto legato, Michel Foucault, sosteneva che il sapere fosse la più vigorosa forma di potere – i foucaultiani troveranno di certo strumentale il riferimento, ma prego loro, che tanto comprendono di individui immersi nella storia, di tener bene in conto il contesto –, e cos’è l’Università se non il poter essere più di ciò che si è condannati a essere? Condanna, ho scritto, l’ineluttabile filiazione che coinvolge il protagonista dell’omonimo racconto di Kafka. L’università lacera ciò che sembrava parola del Libro: permette la disobbedienza.

Ancora una citazione a Foucault, mi perdoni il lettore. Nel 1967 l’autore pronuncia ai microfoni di France Culture un intervento dal titolo Eterotopie, dove perimetra con la voce i contro-spazi che le società umane ritagliano dentro le loro planimetrie. Giardini, cimiteri, biblioteche, case di tolleranza: il campionario dimostra la totale indifferenza dell’eterotopia, la quale, lungi dal polarizzarsi, diviene opificio di un soggetto di volta in volta differente. Così è per me l’Università, il brulichio di figure che ne anima le aule, il chiacchiericcio ai bar delle facoltà come i silenzi di schiene curve in biblioteca. La fiammella dell’interesse, il dialogo incessante, la stupefazione per l’inedito.

Le eterotopie dovrebbero risultare dentro le società degli uomini ciò che ne equilibra il movimento, alla maniera di un vortice minuto che si animi in senso inverso da quello che lo sovrasta; meglio, decine di vortici. L’Università dovrebbe produrre individui differenti, disobbedienti di professione. Ammetto d’essere stato investito da una meraviglia amara quando, alla denuncia di un giovane universitario del commercio delle cattedre, non ho letto nessuno scandalo, nessuna protesta, anzi il sorriso dell’ironia. «Davvero ci raccontate», provo a riassumere in una battuta il mormorio divertito intorno alla questione «che quella delle cattedre è una distribuzione arbitraria di alcune parti su altre a dispetto dell’Abilitazione Scientifica Nazionale? Chi lo avrebbe mai detto!». Sapevamo, si decifra nel vociare, ci è forse anche un po’ comodo: potremmo essere noi a cogliere presto le borse di ricerca che maturano a grappoli.

Un’interrogazione deve allora investire chi osserva l’apparato delle Università: cosa è accaduto? Che tipo d’individuo sta producendo, pezzo per pezzo, tale meccanismo? Rinchiudendo dentro il più bieco elitismo gli arti del corpo universitario non si rischia, forse, di produrre una macchina che sia utile soltanto per sé stessa? Il ragionare per ragionare di cui il citato Kant suggerisce di guardarsi. A manifestarsi, la reclusione cui gli atenei sono costretti, declinata in ognuna delle sue forme, dal numero programmato per le facoltà al mancato discernimento attraverso cui l’Abilitazione Scientifica Nazionale osserva gli articoli scientifici di docenti e ricercatori. V’è forse uno spettro di piccolezza che alla maniera dell’ombra contagia l’Università, pronta a manifestarsi alla prima modificazione posizionale del Sole?

Un invito affiora alla redazione dell’articolo, mi piacerebbe sopprimerlo ma non riesco, cercherò piuttosto di dissimularlo in forma, ancora una volta, interrogativa: si potrebbe pensare alla costruzione di un soggetto inedito a partire da una rivoluzione delle Università, dalla rianimazione della disobbedienza? Perdonate l’impertinenza, gli inviti a volte s’impossessano della pagina e la infestano.

Antonio Iannone