2 Giugno: è ancora possibile festeggiare?

2 giugno 2017 di

Il 2 Giugno 1946 gli italiani non hanno scritto una pagina qualsiasi di storia, ma hanno scritto quella più importante: la prima. Settantuno anni fa, uomini e donne, tutti maggiorenni, si sono recati alle urne per apporre una semplice X accanto a uno dei due stemmi rappresentati sulla scheda, quello della Repubblica e quello della Monarchia. L’esito è più che noto, l’Italia ha scelto la Repubblica. L’Italia è una Repubblica. Principio, questo, espresso nel primo articolo della nostra Costituzione accanto ad un altro altrettanto importante aggettivo che qualifica il nostro paese come democratico.

Referendum-2-giugno_scheda_elettoraleProtrattosi fino al 3 Giugno, l’incontro referendario vide esprimersi 12.718.641 cittadini a favore della Repubblica, contro 10.718.502 voti espressi a favore della Monarchia. Gli esiti furono ufficializzati il 18 Giugno dello stesso anno dalla Corte di Cassazione che proclamò, così, dopo ottantacinque anni di Regno d’Italia, la nascita della Repubblica Italiana, concludendo il passaggio da una monarchia costituzionale ad una repubblica parlamentare. Questo, però, fu solo il primo atto, la prima azione politica di costruzione del nuovo sistema italiano. Infatti, dopo l’assunzione di Alcide De Gasperi come primo Presidente del Consiglio dei ministri, il passo successivo in questa direzione fu compiuto attraverso l’individuazione dei deputati, anche questi scelti dai cittadini il 2-3 Giugno del 1946, che avrebbero formato l’Assemblea Generale. Quest’ultima, la cui prima azione fu quella di eleggere Enrico de Nicola come primo Presidente della Repubblica Italiana, venne incaricata dal popolo stesso di occuparsi della stesura della Carta Costituzionale, e cioè di dare seguito e soprattutto concretezza alla loro volontà attraverso la costruzione di una legge fondamentale che potesse racchiudere i valori, i principi e l’assetto istituzionale che da allora in avanti avrebbe conformato l’intero paese.

I principi introdotti dall’Assemblea Generale costituirono, perciò, una naturale dilatazione della scelta compiuta dagli italiani durante l’incontro referendario. Il valore sotteso a quella votazione diede loro modo di individuare, delineare e quindi inserire accanto a “Repubblica” altri elementi e caratteri fondanti il nostro sistema. Come, ad esempio, la qualificazione di Stato di diritto, inteso come uno stato in cui sia i cittadini che i pubblici poteri sono tenuti al rispetto delle leggi e della Carta Costituzionale; di Stato sociale, inteso come un paese che accoglie il principio di solidarietà ed eguaglianza sociale sia in senso formale che sostanziale; di Stato che, fondandosi sul principio lavorista e pertanto considerando il lavoro come fondamento sociale, si prefigge il compito di perseguire politiche di promozione e di tutela di ogni tipo e forma di attività lavorativa; e di stato democratico, in cui tutte le cariche pubbliche sono espressione diretta o indiretta del popolo.

Come ogni giorno segnato in rosso, in Italia, si pensa anche oggi a festeggiare. A rendere, cioè, omaggio a quel giorno che ha segnato, positivamente, il nostro paese. Come ogni festa nazionale, però, più che continuare imperterriti a sperperare soldi pubblici in parate ed esibizioni di forze armate, si dovrebbe cogliere l’occasione per ricordare davvero il valore storico di quella votazione. È, oggi, senz’altro una festa del popolo: in quell’occasione, infatti, si adoperò il suffragio universale e quindi l’esercizio di un diritto fondamentale per un cittadino, quello di voto e di concorrere liberamente alle scelte del paese. È, però, o almeno dovrebbe essere, un momento di particolare riflessione per chi ha scelto come missione di vita quella di fare, e di essere, un politico. Dovrebbe ricorrere infatti, incessantemente, una domanda a chi tuttora siede in Parlamento: quanto davvero si sentono rappresentati i cittadini? Una domanda che probabilmente spesso si fanno in tanti, ma farla oggi, forse, ha un valore in più. Settantuno anni fa gli italiani hanno scelto di concorrere liberamente all’organizzazione dello stato, di essere tutti messi nella possibilità di poter sedere in uno dei rami del parlamento e portare avanti istanze rappresentative e di essere messi nella condizione di poter essere rappresentati, di poter cioè scegliere un orientamento politico a loro ideologicamente e socialmente vicino. Hanno scelto la Repubblica intesa come libertà, e non la Monarchia intesa come imposizione. Il dubbio che spontaneamente sorge non è giuridico, non è formale. È politico, sociale, ideologico, culturale. Perché una classe politica che è incapace di rappresentare le istanze dei propri elettori ha davvero poco da festeggiare in un giorno come questo. Quella scelta, infatti, andrebbe onorata quotidianamente dal Parlamento, non attraverso parate o omaggi a Milite Ignoto, ma con leggi e decreti attuativi.

Un esempio? Beh, una legge elettorale, per dirne una.

Antonella Tanya Maiorino

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