All’Unisa il presidio per la dignità

13 dicembre 2016 di

“La stampa non informa sui fatti, o dei fatti, ma informa i fatti”. Lo diceva il filosofo Jacques Derrida, lo ha detto poi Carmelo Bene, e un po’ lo sa anche chi il giornale lo legge: la parola si allinea sempre con le idee di chi la scrive. Oggi però la redazione di Asinu si schiera non con i manifestanti, non con la Fondazione, ma con la realtà che vede, che sente, che assorbe: i salari ribassati, le ore di lavoro aumentate, le paure, le minacce che gli addetti alle pulizie dell’Università di Salerno hanno dovuto subire. Un reportage aspro e autentico di uno sciopero travagliato: niente di meno, niente di più.

presidio

8.30

A piccoli grappoli, le operaie delle pulizie, insieme con qualche collega di sesso maschile, si riuniscono intorno al cancello principale della pluripremiata Università degli Studi di Salerno. Chiacchierano tra loro, scambiano informazioni sulla giornata, dispensano volantini e striscioni. Su alcuni l’accusa è “All’Università lavoro senza Dignità”, su un altro ‘Magnifico Rettore, noi lavoratrici abbiamo la soluzione: chiudi la Fondazione”, su un altro ancora il riferimento è all’Articolo 23 della Dichiarazione dei Diritti Umani, il cui argomento è per l’appunto il diritto al lavoro. La protesta si sedimenta sotto la confusione del mattino. Pian piano i grappoli divengono un solo nugolo, quasi un corpo unico che raccolto ai piedi dell’ateneo si prepara per la prima parte del giorno. I sindacati raccomandano diplomazia, delicatezza, ma è il tempo perché l’Università ascolti il malcontento degli operatori.

9.00

Quasi silenziosamente si fa largo il presidio, attraversa incessante le strisce pedonali per rallentare il traffico; piano, a gruppi, tenendo tra le mani gli striscioni e illustrando le proprie ragioni a qualche automobilista che si chiede interrogativo il perché di tanto traffico. Il mattino, soprattutto quello che precede le ore del lavoro, è una strana condizione dell’animo: basta un attimo perché il traffico muti in chiasso e il chiasso accarezzi la violenza. Uno studente sposta il corpo fuori dall’auto, grida che ha degli esami da portare a termine, lui, che paga le tasse, lui; un altro si avvicina ai manifestanti tenendo tra le labbra la frase peggiore dell’intera giornata:- “dovete andare via! Io sto studiando per non diventare come voi!”. Signore e signori, l’avvenire. E le altre parti universitarie? Sono 88 i docenti che sostengono esplicitamente, come scrive il professore di Sociologia Urbana Gennaro Avallone, la mobilitazione degli operai. Si palesano, intanto, i carabinieri, annunciati da una pioggerellina insieme sottile e fastidiosa.

presidio

10.00

Non tutti gli partecipano, però, alla manifestazione, c’è chi ha preferito non abbandonare il proprio compito, pur se mal retribuito in termini morali ed economici. In piazza, le irriducibili, come afferma sorridendo, una di loro. Il progetto? Manifestare, dalle 15.00, sotto la Fondazione Unisa. Una voce serpeggia, sussurrata ma inquieta, tra chi in piazza reclama dignità, lo spettro della sostituzione. “Ci sostituiscono, se restiamo qui”, afferma qualcuno, qualcun altro nega, mentre un gruppo intavola un girotondo sull’isola circolare che divide i cancelli dalla strada.

12.00

Tutto si calma lentamente, i manifestanti attendono il pomeriggio, chiacchierano tra loro in un brusio indistinto mentre si preparano per la nuova protesta.

14.45

Un ospite gradito: la sindacalista Maria Rosaria Nappa. Porta con sé buone notizie: la voce e il gesto del presidio hanno attraversato la contea universitaria sino a raggiungere le orecchie del Magnifico Rettore Aurelio Tommasetti. Sarà convocato mercoledì alle 13.00, infatti, un tavolo tecnico attraverso cui si discuterà della situazione e a cui presiederà anche la CISL. Si fermeranno, le nostre eroine?

16.00

L’atmosfera che avrebbe dovuto distendersi è ancora più tesa, la collera, ancora più feconda. Il malessere e lo scoramento accumulati nel corso di qpresidiouesti mesi, esplodono d’un tratto tra le mura universitarie, dove la protesta si propaga tra aule e corridoi. Dalla facoltà di Scienze della Formazione a quella di Economia fino in biblioteca, dove il boato distoglie gli studenti dalle proprie occupazioni. “Unitevi a noi”, gridano alcune voci, altre tuonano e strepitano rovesciando qualunque carrello ostacoli la marcia. Nessun luogo è risparmiato, nessun confine, persino delle barriere che separano Giurisprudenza dal resto delle facoltà per gli esami di abilitazione all’avvocatura ci si disfa malamente. Il teatro della rivolta è rapsodico, di continuo freme per modificare la propria posizione. “Scendete a protestare!”, gridano gli operai e le operaie agli studenti che attoniti si affacciano dalle aule.

17.30

Piano come si erano raccolte, le forze si diramano: prima in gruppi, poi a coppie, infine singolarmente. Ognuno ritorna a casa, della protesta la duplice eredità: una presa di coscienza e una promessa. La prima, delle istituzioni: i salariati, che credevano docili e privi di spirito, conoscono pure fin troppo bene le tecniche di persuasione in forma di rivolta. La seconda? Che il tavolo delle trattative non si risolva, come ha insinuato qualcuno in “antipasto, primo e secondo”.

Antonio Iannone, Maria Vittoria Santoro