Assassin’s Creed: dal videogioco al cinema

15 aprile 2017 di

Quando gli altri seguono ciecamente la verità, ricorda, nulla è reale.

Quando gli altri si piegano alla morale o alla legge, ricorda, tutto è lecito.”

Ammettiamolo: tutti noi videogiocatori siamo caduti, almeno una volta, nelle succose grinfie di “Assassin’s Creed”. Che sia stato per il Rinascimento fiorentino o la Rivoluzione francese, spinti da una smania inesauribile di vivere avventure piratesche o combattere una crociata, siamo stati tutti avvolti dal suo a tratti irresistibile fascino. Basare una saga videoludica su un concetto genetico di memoria, secondo il quale nel nostro stesso DNA sono conservati i ricordi dei nostri antenati, equivale a far sognare milioni di persone nei meandri della storia, trasformando quel sogno volta per volta, capitolo per capitolo, in realtà.

Era abbastanza scontato che un brand diventato negli anni sempre più forte e iconico, avrebbe prima o poi valicato gli ormai stretti confini di serie videoludica, letteraria e a fumetti. L’altra grande tappa era il cinema, ma qui si entra in un discorso estremamente delicato. Questo genere di trasposizioni non ha mai goduto di un grande successo, tutt’altro. Pregiudizi, hype, timori e speranze hanno dunque accompagnato l’uscita nelle sale del film “Assassin’s Creed” a cavallo tra il 2016 e il 2017. Tirate un sospiro di sollievo, perché per manifesta superiorità si tratta della migliore trasposizione del genere e, più in generale, di un buon prodotto con molte frecce al suo arco e qualche sbavatura.

Il contesto, illustrato da due tristissime righe di testo a inizio film, è quello di una lotta sotterranea e incessante tra due ordini: i Templari e gli Assassini. Entrambi da secoli sono alla ricerca della mitologica Mela dell’Eden, contenente i semi della prima disubbidienza dell’uomo e la chiave per manipolare il libero arbitrio dell’intera umanità. Protagonista del film è Callum Lynch, un uomo dal passato burrascoso e tormentato, condannato a morte per omicidio. Viene, tuttavia, salvato dalla misteriosa fondazione Abstergo, specializzata in memoria genetica e misteriosamente interessata ad alcuni ricordi contenuti nel suo DNA, nello specifico quelli del suo antenato Aguilar, che si scopre essere un membro degli Assassini nella Spagna del 1492.

La narrazione si snoda, allora, sinuosamente tra due piani temporali, una sfida che il cinema nella sua storia ha insegnato essere molto pericolosa e ingannatrice. Fortunatamente la pellicola non si snatura, nonostante la regia di Justin Kurzel sia inesorabilmente attratta dalle suggestioni dell’Andalusia in pieno periodo dell’Inquisizione Spagnola. In particolar modo, ad impressionare lo spettatore sono le sequenze del passaggio temporale tra il presente e il passato, con lunghe ed ampie inquadrature dall’alto che assecondano il volo di un’aquila, uno dei simboli di “Assassin’s Creed”. Il focus, detto questo, rimane in maniera più pressante sul presente e sull’odissea interiore di Callum, a dir poco disorientato e confuso da ciò che gli si para davanti, una sorta di ospedale/prigione ospitante decine e decine di discendenti di antichi Assassini.  

Il plot incuriosisce e funziona, mostrando un’interessante dicotomia tra il comportamento chiuso e compatto degli altri pazienti/detenuti, orgogliosi e quasi testardi eredi di una tradizione secolare e quello apparentemente dolce e comprensivo dei dottori/carcerieri con i loro tentativi di ingraziarsi Callum in ogni modo. Un dato di non poco conto, poiché era facile scadere in una banale contrapposizione di luce e ombra, bianco e nero. Era fondamentale mostrare il grigio, le intenzioni buone e malvagie di entrambi gli schieramenti. Tutto coronato da alcune scene dall’impatto straordinario, accompagnate da una musica evocativa e mistica, sulle quali spiccano trionfanti il celebre salto della fede (tradotto con un inspiegabile e orrendo “balzo della fede”) e il momento della presa di coscienza definitiva di Callum.

Precisamente da qui è comodo parlare delle sbavature. Se il momento della scelta di Callum è perfetto, una scena in cui non bisognerebbe cambiare una virgola, non si può dire sfortunatamente lo stesso di ciò che l’ha preceduta. L’evoluzione del protagonista è graduale, piena di dubbi, ripensamenti e reazioni rabbiose, ma nei momenti cruciali manca della giusta calma, a tratti risulta troppo repentina, accelerata. Un po’ di disattenzione e ci si ritrova a chiedersi perché si stia comportando in quel modo. E non è l’unica cosa trattata in tal modo, ad esempio anche le spiegazioni sull’Animus, la macchina che permette di rivivere i ricordi, sono davvero frettolose e sbrigative. Sono scivoloni incomprensibili, perché al resto è riservata ben altra cura.

Gli sceneggiatori hanno peccato di ingenuità, sicuramente non minando la generale godibilità del film, ma nemmeno limitandosi a semplici errori di contorno. Considerato il successo al botteghino e il finale eufemisticamente aperto, da un ipotetico sequel mi aspetto un enorme passo (o balzo?) in avanti sotto questo punto di vista. Nell’attesa, continueremo ad agire nell’ombra per servire la luce, come il Credo ci insegna.  

Luciano Ben Moscariello

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