Cosa significa leggere?

15 gennaio 2016 di

Si viene al mondo ammanettati a sé stessi dentro un egoismo infantile che mal si rapporta all’idea di morale socialmente determinata, si cresce e soggetti di una dinamica relazionale così forte da annientare l’intera compagine solipsistica si osservano gli altri presi nella loro vita mondana in cui si presentano come figure tragiche o farsesche a seconda dei casi, ma il teatro, sia pur quello fisico e più immediato, elemosina comunicazione ed è per tale motivo che fin dalla prima infanzia si viene costretti dentro le pratiche di scrittura e lettura – non ancora contemplato è il far di conto- che rappresentano i prodromi del rapporto relazionale e convergono in un linguaggio identificativo interfacciato al discorrere il quale costruisce un’identità che possa almeno essere doppia, dove io e io sono comunque vittime di un rapporto duale persino nel darsi dell’autointerrogazione. Tralasciando la scrittura, che sembra inseguire l’altra forma dentro un circolo decifrativo, venga meglio analizzata la lettura, la decriptazione del segno alfabetico atta al sommovimento di qualsivoglia reazione emotiva: nell’imparare a leggere, il soggetto – molto spesso un bambino, sebbene sembri ne abbiano bisogno anche molti tra gli adulti- si trova immischiato in una prima apertura verso una realtà altra da sé, diviene culturalmente cittadino del mondo, scoprendo la società dietro la comunità familiare.

In una conferenza inserita ad appendice dell’edizione Einaudi del romanzo Domani nella battaglia pensa a me, Javier Marias costruisce una trattazione sul tema della narrativa e su cosa questa rappresenti per la letteratura. E’ strano come sin dalla sua nascita non abbia fatto altro che mostrare il fittizio e il mai avvenuto – persino la saggistica è vittima di questa dinamica nel tentare invano una traduzione oggettuale del pensiero- dentro un contratto tacito fra narratore e lettore, ma per quale motivo? Qual è lo scopo del compromesso nell’accettazione del paradosso costituitosi a causa dei mondi paralleli generati dall’argomento letterario? Senz’altro il piacere, il puro sentimento che porta a godere di un’invenzione. Qui si consuma il baratto: cedere una parte di sé stessi nella natura per appropriarsi di un riconoscimento emozionistico. Se, però, si assume come adatta questa definizione, e si potrebbe non farlo senza alcun problema, ci si dovrà rendere conto di un ordigno innescato in essa: se il sentimento è l’unico obiettivo di tale pratica, allora è possibile raggiungerlo con qualsiasi mezzo testuale. La critica letteraria collassa su sé stessa. Da sempre si cerca un criterio che distingua opere grandi da opere mediocri, cercando una definizione oggettiva per entrambi i termini di paragone. Cosa costruisce il classico e cosa l’obliabile? Alcuni sostengono l’onestà, ma si potrebbe forse affermare che un autore onesto nello scrivere sia migliore di uno che passi il proprio prodotto a bagno filologico? Si ricordi che D’Annunzio è il re dei disonesti nella continua fabbricazione di un’identità letteraria. Altri, invece, sostengono che sia il denaro la rovina di tutte le arti, però come si potrebbe appoggiare tale tesi quando annovera tra gli scrittori di romanzetti da poco uno dei nuovi e più pagati padri della letteratura americana come Stephen King. L’unico criterio adatto a giudicare uno scritto sembra, dunque, essere quello del grado di personalità che l’autore riesce a produrre e dimostrare.

L’individuo deve formarsi culturalmente tramite la lettura facendo suo l’elemento del piacere che da essa discende. E’ quindi giusto costringere alla lettura, effettuare un certo tipo di terrorismo intellettivo come vogliono alcuni docenti liceali perché nasca una società migliore? A tale questione non è possibile rispondere a cuor leggero e serve che la si rimandi a uno studio più approfondito, ma è fatto preciso, dati Istat agli occhi, che sia un italiano su cinque a disertare l’incontro letterario mentre alcune tecniche che intendono avvicinarlo, come la raccolta dei romanzi Distillati promossa da Centauria, altro non fanno che istituire paradossi al suo interno. Se proprio di tempistiche si deve parlare, allora perché il Distillato piuttosto che un bignami? Ecco, leggere è quel che più avvicina l’umano all’umano, ciò che lo rende passabile di comunicazione con l’altro interno e quello esterno. Come dire? Un italiano su cinque si presenta alienato da sé stesso.

 

Antonio Iannone