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Electrolux, thinking of you | Asinu Press

Electrolux, thinking of you

6 febbraio 2014 di

Electrolux è una multinazionale svedese tra i più grandi produttori di elettrodomestici, con 22 impianti produttivi in Europa, di cui 5 in Italia con  5.715 dipendenti (impianti italiani:   Solaro, Pordenone, Porcia, Forlì e Susegana). Come si vede dal sito internet del gruppo le vendite in Europa dal 2008 al 2012 sono diminuite di ben 10.000 unità, ben diverso il discorso per le vendite totali che hanno subito un aumento di 5.000 unità.

A quanto pare la flessione Europea (e la stagnante rigidità di quella nord-americana) non lascia dormire sonni tranquilli al management aziendale che ha così deciso di risolvere questo problema ridimensionando l’organico lavorativo, tagliando i salari e magari chiudendo qualche impianto, ovviamente in Italia (dove offre lavoro al 43% dei propri impiegati europei). Le cifre si rincorrono e si smentiscono a vicenda. I sindacati sostengono che l’azienda sia intenzionata ad applicare un taglio del 40% degli stipendi; Electrolux, con una nota, comunica che il taglio sarà dell’ 8-10% (3 euro in meno per ora lavorativa). La cosa certa è che i lavoratori hanno paura e contestano dinanzi ai cancelli degli stabilimenti per provare a far sentire la propria voce fin nella lontana Svezia.

Il 29 Gennaio si è avviato un tavolo di discussione tra il gruppo e il Ministero dello Sviluppo Economico, in cui l’azienda ha espresso le proprie problematiche: un mercato debole, attaccato dalla competitività a prezzi bassissimi dei concorrenti, ha indotto l’azienda a cercare di abbassare il costo del lavoro con lo scopo di mantenere attivo lo stabilimento italiano, oppure chiudere e trasferire la produzione nell’economica Polonia. Discussione rimandata al 17 Febbraio e intanto comincia lo stallo alla messicana tra azienda, sindacati, ministero ed enti locali, con annesso scaricabarile di rito. La volontà di trattare c’è:”il piano Electrolux è inaccettabile per come è formulato, per modalità e per il merito, ma o noi tutti insieme – Governo, sindacati, enti locali – abbiamo delle controproposte oppure anche l’azione democratica diventa inutile” dichiara il sottosegretario all’Economia, Pierpaolo Baretta.

– LAVORATORI

Costo della vita nei Paesi europei

Possiamo parlare di ‘Polonia che costa meno’, ma un paese dove il lavoro costi meno c’è sempre” dice Susanna Camusso, e ancora “diminuendo le retribuzioni si indebolisce il Paese perché il crollo del reddito e della sua distribuzione lo fa arretrare invece che uscire dalla crisi“. Parole sacrosante quelle della segretaria della CGIL che riassume così un intero corso universitario di macroeconomia. Una riduzione dei salari non è quello di cui l’Italia ha bisogno in questo momento, la capacità di spesa deve essere incrementata per poter permettere alle imprese di ricevere la domanda adeguata a portare avanti la produzione e progettare investimenti per nuova occupazione. Guardare alla Polonia, come ad altri, è inutile in quanto si parla di contesti economici totalmente diversi. In Polonia il costo medio della vita è di 60 €, e con uno stipendio medio di 800 € vuol dire che incide per il 7,5%, in Italia questo rapporto è pari al 79,5%! (stipendio medio di 1300€)
In definitiva non è possibile pensare di applicare una retribuzione polacca ad una vita italiana. Resta comunque il fatto che l’azienda ha comunicato un taglio dell’ 8% e non del 40% per cui la questione cambia, un piccolo sacrificio per salvare l’intera produzione; si tratta.

– IMPRESA

Il lavoro è una delle componenti dei costi che le imprese devono sostenere per produrre, e in un mercato giocato sui prezzi, vince chi risparmia, anche sul lavoro. In Italia il costo del lavoro è di 41.872 € annui, in Polonia 13.238 € annui; voi dove investireste?
Nella strategia e nelle menti del management prende sempre più piede l’idea della delocalizzazione in zone che offrano lavoratori a minor prezzo e magari anche nuovi mercati in cui riversare la produzione. Arriva da qui la decisione del gruppo Electrolux di tagliare i salari, soluzione utile a evitare di delocalizzare altrove.

Appare chiaro come per l’Italia divenga sempre più difficile attrarre investitori esteri, non siamo più appetibili, le barriere in uscita da un settore sono troppo elevate e non conviene  a nessuno che abbia la possibilità di andare in “posti migliori”. Se gli stranieri non investono perché poco conveniente, come possono le imprese italiane crescere e competere nel mondo? Esse sono costrette in questo Paese, devono stare alle regole e cavarsela. Innovazione, ricerca ed eccellenza potrebbero essere le parole chiave di un mondo produttivo in molti casi rimasto indietro di 50 anni che non riesce a sostenere i costi di un radicale ammodernamento e lentamente decade. La parola alle nuove generazioni, piene di idee, di conoscenze e capacità a cui bisognerebbe dare qualche possibilità in più.

Antonio Nudo

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